10 Lug 2008 - 21:51:29
WOLF
La giornata si presentava decisamente priva di attrattive. Dal cielo grigio scendeva una pioggerellina fitta, silenziosa che invogliava a rimanere in casa.
L’occasione era quindi propizia per cercare di sistemare quella ridda di documenti, fogli e ….. fotografie, abbandonati disordinatamente in un cassetto della libreria.
Cominciai quindi con una oculata e saggia opera di divisione, scegliendo in particolare tutta la documentazione relativa ai miei viaggi.
Mentre operavo questa cernita, mi ritrovai ad osservare una cartolina-ricordo, che, tempo addietro, avevo inviato a casa nel corso di una mia visita nello Stato del Montana.
Lo sguardo penetrante di un lupo mi stava fissando da quel piccolo rettangolo colorato.
Doveva essere il semplice ricordo di una esperienza, che mi aveva affascinato, ma, a distanza di tempo, si stava rivelando come un qualcosa di inatteso, di indefinito.
In quegli occhi vedevo un misto di dolcezza, di pacatezza, di coraggio e determinazione, un indomito desiderio di libertà, da conquistarsi anche a costo della vita.
I limitati contorni di questa raffigurazione cominciarono a dilatarsi per lasciare spazio a sconfinate pianure, verdi foreste, mentre mi sembrava di avvertire l’intenso profumo delle felci, del muschio ancora intriso di rugiada.
In quello sguardo avvertivo quello slancio vitale che in certi momenti pervade anche noi creature umane, consentendoci di superare i nostri limiti, la nostre incertezze per calarci in una dimensione astratta, metafisica.
Ricordai una breve frase di un romanzo che avevo letto in passato “Insieme con i lupi” di Nicholas Evans: la moglie del cacciatore, ricoverata in ospedale, mentre la vita la sta abbandonando si rivolge al marito e, ricordandogli i tanti lupi uccisi, gli rivolge questa semplice domanda: “ Non credi…che la loro esistenza sia come la nostra? Parlo dell’essenza, di quella scintilla nascosta nel profondo. Non pensi che sia la stessa di noi esseri umani?”. Spesso anche io mi sono posto questo interrogativo, al quale ho potuto rispondere solo vivendo l’emozione di quello sguardo, che nessuno avrebbe mai potuto e dovuto spegnere.
Era la stessa proiezione della “bellezza” intesa come la più alta espressione dell’esistenza, di quello spettacolo, che riusciamo a percepire, senza intermediazioni o filtri, solo in certi rari momenti, anche se quotidianamente passa, inosservato, davanti ai nostri occhi.
Immersi nella nostra assolutistica realtà, dimentichiamo il delicato equilibrio che ci avvolge al punto che, anche se in qualche occasione siamo animati da buone intenzioni, non ci rendiamo conto della arbitrarietà di certe nostre azioni, tanto coercitive da poter interferire con questa armonia, alterandola irrimediabilmente.
Ne “L’accerchiamento” di D’Arcy McNickle ( Edizioni La Salamandra), il protagonista, appartenente all’etnia salish, tornato casa, si concede una galoppata nella prateria, nei luoghi solitari e poveri che conosceva dall’infanzia.
All’improvviso l’incontro inatteso con una vecchia giumenta magra e rinsecchita, alla ricerca di qualche ciuffo d’erba sia pure arido e avvizzito. Colpito da questa scena, il giovane tenta di avvicinarsi per aiutare questo povero animale ormai provato dalla siccità e dalla fame, ma si trova di fronte ad una reazione incomprensibile. La giumenta, pur trascinandosi, si allontana dall’uomo non appena questi si avvicina.
Dopo diversi tentativi andati a vuoto, il giovane spinge allora il proprio cavallo al suo inseguimento finché non riesce a raggiungerla. “Doveva mostrarle il suo buon cuore, che essa lo gradisse o no. Era quello l’importante”. Finalmente può accudirla, curarla, massaggiarla, dissetarla alla pozza d’acqua che, dopo il forsennato inseguimento, avevano raggiunto. Ma proprio quando i suoi sforzi sembrava avessero ottenuto un qualche risultato positivo, la giumenta si accascia , rotolando a terra. “Mandò un alto lamento, un’ultima nota di biasimo diretta all’uomo che si era accollato il compito di migliorale la vita”.
In Monument Valley avevo sfiorato una scena simile, quando, accorgendomi di un cane randagio col muso trafitto da diversi aculei, probabilmente di origine vegetale, avevo cercato di avvicinarmi per cercare di liberarlo da una simile tortura.
L’animale si era però allontanato, probabilmente temendo per la propria libertà e diffidando per la mia poco opportuna intrusione: questo comportamento mi impedì un qualsiasi intervento, lasciandomi con un vago senso di colpa. Non so quale risultato avrei ottenuto se avessi insistito nel mio tentativo, ma, a distanza di tempo, pensai ai tanti pericoli e alle insidie che quotidianamente queste creature devono affrontare senza poter essere aiutati.
Era giusto quindi cercare di aiutarlo, ma senza con questa forzarlo, visto che in seguito avrebbe dovuto, come sempre, contare solo sulle proprie forze.
Il ricordo di questo episodio mi fece ricordare il lupo raffigurato sulla cartolina.
Girai questo piccolo rettangolo, soffermandomi su alcune parole, che avevo scritto, indirizzate a mia moglie: “Guarda gli occhi di questa creatura ”. Quella scarna frase mi fece tornare a quei momenti, alla sensazione che avevo avvertito. Non erano necessari lunghi discorsi: in quel pensiero aveva inteso raccogliere “tutto” ciò che percepivo nel profondo della mio cuore.
Tornai allora a ripensare ad una frase, tratta dal recente libro di Tiziano Terzani. “La fine è il mio inizio” Edizioni Longanesi.
Ritengo sia doveroso riportare integralmente le parole che il padre rivolge al figlio ( pagg. 427- 428).
“Una mattina, su quel crinale mi ha colpito un maggiolino. Mi sentivo quel maggiolino…. non un elefante,quel maggiolino….è arrivato in cima a un filo d’erba e ha aperto le sue piccole ali vellutate, trasparenti ed è schizzato via…..verso l’infinito…ho sentito che la mia vita era parte di questo. E poi fai un piccolo salto e senti che tu sei il vento, che tu sei il maggiolino, che questo corpo insomma… E con questo vivi, vivi bene, ti prepari. Niente diventa più terribile”.
Niente diventa più terribile.
Milano 10/ 7/ 2008
L’occasione era quindi propizia per cercare di sistemare quella ridda di documenti, fogli e ….. fotografie, abbandonati disordinatamente in un cassetto della libreria.
Cominciai quindi con una oculata e saggia opera di divisione, scegliendo in particolare tutta la documentazione relativa ai miei viaggi.
Mentre operavo questa cernita, mi ritrovai ad osservare una cartolina-ricordo, che, tempo addietro, avevo inviato a casa nel corso di una mia visita nello Stato del Montana.
Lo sguardo penetrante di un lupo mi stava fissando da quel piccolo rettangolo colorato.
Doveva essere il semplice ricordo di una esperienza, che mi aveva affascinato, ma, a distanza di tempo, si stava rivelando come un qualcosa di inatteso, di indefinito.
In quegli occhi vedevo un misto di dolcezza, di pacatezza, di coraggio e determinazione, un indomito desiderio di libertà, da conquistarsi anche a costo della vita.
I limitati contorni di questa raffigurazione cominciarono a dilatarsi per lasciare spazio a sconfinate pianure, verdi foreste, mentre mi sembrava di avvertire l’intenso profumo delle felci, del muschio ancora intriso di rugiada.
In quello sguardo avvertivo quello slancio vitale che in certi momenti pervade anche noi creature umane, consentendoci di superare i nostri limiti, la nostre incertezze per calarci in una dimensione astratta, metafisica.
Ricordai una breve frase di un romanzo che avevo letto in passato “Insieme con i lupi” di Nicholas Evans: la moglie del cacciatore, ricoverata in ospedale, mentre la vita la sta abbandonando si rivolge al marito e, ricordandogli i tanti lupi uccisi, gli rivolge questa semplice domanda: “ Non credi…che la loro esistenza sia come la nostra? Parlo dell’essenza, di quella scintilla nascosta nel profondo. Non pensi che sia la stessa di noi esseri umani?”. Spesso anche io mi sono posto questo interrogativo, al quale ho potuto rispondere solo vivendo l’emozione di quello sguardo, che nessuno avrebbe mai potuto e dovuto spegnere.
Era la stessa proiezione della “bellezza” intesa come la più alta espressione dell’esistenza, di quello spettacolo, che riusciamo a percepire, senza intermediazioni o filtri, solo in certi rari momenti, anche se quotidianamente passa, inosservato, davanti ai nostri occhi.
Immersi nella nostra assolutistica realtà, dimentichiamo il delicato equilibrio che ci avvolge al punto che, anche se in qualche occasione siamo animati da buone intenzioni, non ci rendiamo conto della arbitrarietà di certe nostre azioni, tanto coercitive da poter interferire con questa armonia, alterandola irrimediabilmente.
Ne “L’accerchiamento” di D’Arcy McNickle ( Edizioni La Salamandra), il protagonista, appartenente all’etnia salish, tornato casa, si concede una galoppata nella prateria, nei luoghi solitari e poveri che conosceva dall’infanzia.
All’improvviso l’incontro inatteso con una vecchia giumenta magra e rinsecchita, alla ricerca di qualche ciuffo d’erba sia pure arido e avvizzito. Colpito da questa scena, il giovane tenta di avvicinarsi per aiutare questo povero animale ormai provato dalla siccità e dalla fame, ma si trova di fronte ad una reazione incomprensibile. La giumenta, pur trascinandosi, si allontana dall’uomo non appena questi si avvicina.
Dopo diversi tentativi andati a vuoto, il giovane spinge allora il proprio cavallo al suo inseguimento finché non riesce a raggiungerla. “Doveva mostrarle il suo buon cuore, che essa lo gradisse o no. Era quello l’importante”. Finalmente può accudirla, curarla, massaggiarla, dissetarla alla pozza d’acqua che, dopo il forsennato inseguimento, avevano raggiunto. Ma proprio quando i suoi sforzi sembrava avessero ottenuto un qualche risultato positivo, la giumenta si accascia , rotolando a terra. “Mandò un alto lamento, un’ultima nota di biasimo diretta all’uomo che si era accollato il compito di migliorale la vita”.
In Monument Valley avevo sfiorato una scena simile, quando, accorgendomi di un cane randagio col muso trafitto da diversi aculei, probabilmente di origine vegetale, avevo cercato di avvicinarmi per cercare di liberarlo da una simile tortura.
L’animale si era però allontanato, probabilmente temendo per la propria libertà e diffidando per la mia poco opportuna intrusione: questo comportamento mi impedì un qualsiasi intervento, lasciandomi con un vago senso di colpa. Non so quale risultato avrei ottenuto se avessi insistito nel mio tentativo, ma, a distanza di tempo, pensai ai tanti pericoli e alle insidie che quotidianamente queste creature devono affrontare senza poter essere aiutati.
Era giusto quindi cercare di aiutarlo, ma senza con questa forzarlo, visto che in seguito avrebbe dovuto, come sempre, contare solo sulle proprie forze.
Il ricordo di questo episodio mi fece ricordare il lupo raffigurato sulla cartolina.
Girai questo piccolo rettangolo, soffermandomi su alcune parole, che avevo scritto, indirizzate a mia moglie: “Guarda gli occhi di questa creatura ”. Quella scarna frase mi fece tornare a quei momenti, alla sensazione che avevo avvertito. Non erano necessari lunghi discorsi: in quel pensiero aveva inteso raccogliere “tutto” ciò che percepivo nel profondo della mio cuore.
Tornai allora a ripensare ad una frase, tratta dal recente libro di Tiziano Terzani. “La fine è il mio inizio” Edizioni Longanesi.
Ritengo sia doveroso riportare integralmente le parole che il padre rivolge al figlio ( pagg. 427- 428).
“Una mattina, su quel crinale mi ha colpito un maggiolino. Mi sentivo quel maggiolino…. non un elefante,quel maggiolino….è arrivato in cima a un filo d’erba e ha aperto le sue piccole ali vellutate, trasparenti ed è schizzato via…..verso l’infinito…ho sentito che la mia vita era parte di questo. E poi fai un piccolo salto e senti che tu sei il vento, che tu sei il maggiolino, che questo corpo insomma… E con questo vivi, vivi bene, ti prepari. Niente diventa più terribile”.
Niente diventa più terribile.
Milano 10/ 7/ 2008
Sindicazione
14.01.11 @ 10:58:15
da Franco
Bellissima descrizione, vibrante e sensibile. Complimenti!
04.11.10 @ 12:50:13
da alessandra
Bellissimo e atmosferico...ehh sci
03.01.10 @ 21:07:46
da mario
Like.
07.10.09 @ 07:36:03
da Donna Talks
Giuseppe, come sono belli e commoventi i ...
23.10.08 @ 14:42:30
da Emilia