11 Nov 2008 - 20:36:47
Viaggio 2008 - Sulle tracce degli antichi signori delle praterie.
Viaggio 2008. Ancora nelle grandi pianure del Nord-Ovest americano
Sulle tracce degli antichi signori delle praterie. Il prolungato squillo del telefono, in camera, mi svegliò all’improvviso facendomi sobbalzare sul letto: lentamente e faticosamente tornai alla realtà.Mi trovavo a Denver , in Colorado, dove ero arrivato dopo un lungo ed infinito volo da Monaco, tappa intermedia, con iniziale partenza da Genova prima della trasvolata atlantica.Avevo deciso di tornare nelle grandi pianure anzitutto per rispondere a quel silenzioso richiamo che invariabilmente percepivo all’avvicinarsi dell’estate e poi per completare, anche se con una certa approssimazione, la visita delle Riserve più importanti e significative, che aveva iniziato tempo addietro. Ovviamente non potevo sperare di esaurire un argomento tanto complesso e diversificato, ma contavo di supplire alle tante mie carenze, specie su etnie poco conosciute, delle quali storici, sociologi e narratori si erano occupati superficialmente e senza particolare interesse.In particolare non disponevo di attendibili ed esaurienti informazioni sulle popolazioni situate in prossimità del confine canadese: tra queste, i Mandan costituivano l’etnia che maggiormente mi incuriosiva.Procediamo comunque per gradi.Abbandonata Denver, come atto di doveroso riconoscimento non poteva mancare la visita a Fort Robinson, dove, come è noto, si è spenta tragicamente la vita di Crazy Horse.Su questo personaggio si sono spese tante e anche troppe parole, passando, come frequentemente avviene, dalle lodi più esagerate a critiche di matrice storico- sociologica.Personalmente non condivido queste tipo di valutazioni, di stampo cultural-occidentale.Il personaggio, con il suo semplice stile di vita e la sua assoluta determinazione, ha lasciato un segno inconfondibile di come l’uomo possa elevarsi fino a dimenticare se stesso, superando i propri limiti, rivendicando la propria appartenenza ad una Terra, che era e resterà per sempre Madre, ad un popolo oramai prossimo alla disfatta, ma che comunque sentiva di dover difendere anche a costo della propria vita, vanificando anche l’ostilità di chi, un tempo amico, aveva contribuito alla sua fine.Coraggio, determinazione, tutela di certi valori: penso che simili qualità contraddistinguano e identifichino un uomo più che tante cervellotiche interpretazioni pseudo- intellettuali. La baracca povera ed austera dove si sarebbe compiuto il destino di questo grande guerriero, sembra ne rappresenti l’emblema, il simbolo, a riprova che certi messaggi penetrano nel cuore più di tante roboanti parole.La calda luce del tramonto ed una leggera brezza, che faceva ondeggiare le cime degli alberi circostanti, sembrava volesse accompagnarci, mentre, nel più assoluto silenzio e in preda ad un profonda commozione, abbandonavamo questa area.Il messaggio che avevamo percepito era fin troppo chiaro ed evidente: sta a noi e alle nuove generazioni mantenerlo vivo e non dimenticarlo. Raggiunta Chadron, mi ritirai in camera: questa era la terza volta che visitavo Fort Robinson eppure l’effetto, anche se più contenuto e mediato, era sempre di altissimo coinvolgimento.Il giorno successivo ci saremmo recati , dopo aver attraversato le Black Hills e il Custer State Park, al Crazy Horse Memorial.Provai a dormire, ma continuavo a vedere davanti ai miei occhi quella bianca figura che cominciava a delinearsi nella roccia, a poca distanza del Monte Rushmore.Il braccio proteso in avanti sembrava indicare una direzione ben precisa, come naturale ed inequivocabile contrappunto allo strapotere delle effigi immortalate dall’uomo bianco. Le Black Hills ci accolsero nel verde cupo di profondi e severi contrafforti, aprendosi al nostro sguardo in tutta la loro imperiosa maestosità.Nessuna meraviglia che per i Nativi Americani rappresentino il centro dell’Universo e che, per la loro salvaguardia, non abbiano esitato ad instaurare da tempo immemorabile un contenzioso contro il Governo Americano, sul cui esito finale mi sembra ragionevole nutrire qualche dubbio, vista l’estrema disinvoltura con cui la Corte Federale interpreta la normativa prevista dalla Legge, innovando, se del caso, lo stesso dispositivo.Tappa obbligata, ma comunque apprezzata, il passaggio attraverso il Custer State Park, regno incontrastato di creature massicce ed imponenti come i bisonti e di piccole creature, come i prairie dogs, che con i loro inconfondibili squittii le loro buffe giravolte offrivano uno spettacolo di coinvolgente e contagiosa allegria.Singolare constatare come ogni veicolo procedesse con estrema lentezza fino ad arrestarsi completamente nel caso un bisonte indugiasse nel bel mezzo della carreggiata. L’attesa poteva protrarsi, ma anche il più impaziente degli spettatori sembrava uniformarsi serenamente ai ritmi e alle regole di questo incredibile ambiente.All’aprirsi di una radura, ecco la sagoma inconfondibile del Crazy Horse Memorial.Non mi sento di azzardare alcun ipotesi sul tempo necessario per portare a compimento una simile titanica opera: non credo però che questo particolare sia determinante. L’impronta di questo indomabile guerriero vive già in quella roccia: una semplice sagomatura non mi sembra possa aggiungere alcun particolare a quanto è, già al momento, fin troppo evidente.D’altra parte il voler apparire, il desiderio di proporsi non sembrano caratteristiche in sintonia col personaggio, tanto discreto e riservato nel suo abituale stile di vita quanto determinato e autoritario in battaglia.Raggiungemmo Custer all’imbrunire.Il tempo per una accettabile sistemazione e quindi il tanto agognato riposo, pronti a intraprendere, il giorno successivo, l’ascesa all’ Hearny Peack. Entusiasmati anzitutto della particolarità di questa area, legata come è noto al nome di Alce Nero, e animati da un inconscio spirito competitivo, cominciammo la nostra marcia, cercando di adeguare ritmo, respirazione e fatica alla brusche e frequenti impennate del sentiero.La natura circostante ci ripagava però dei nostri sforzi: macchie boschive lussureggianti accompagnavano il nostro cammino, offrendoci momenti di gradevole frescura, mentre leggere folate di vento ci davano un minimo di sollievo.All’improvviso il sentiero si inerpicò su uno spuntone roccioso per poi trasformarsi in una impegnativa rampa di gradini in pietra. Al culmine di questa estemporanea scalinata, un massiccio torrione affacciato sulla sottostante vallata.Raggiunta la cima e ripreso fiato, mi affacciai sull’ampia balconata. Mi riesce difficile descrivere quello che si offriva ai miei occhi: l’impressione è quella di trovarsi sul tetto del mondo, non tanto per l’altezza quanto piuttosto per l’infinita visuale di cui potevo disporre.Sotto di me e all’orizzonte distinguevo perfettamente ampie foreste e grandi praterie senza limiti né confini, quasi la rappresentazione di un immenso calco, appena velato da una leggera foschia.Un’aquila stava solcando questa meraviglia, come facendone parte, con movimenti lenti e maestosi: provai a seguirne il volo, ma all’improvviso sparì dalla mia vista.Ancora una volta mi sorpresi a pensare di come l’uomo, con tutta la sua superbia ed arroganza, riveli in un simile ambiente tutti i suoi limiti.Stavo vivendo questo spazio in assoluta e totale libertà, senza alcun condizionamento, rifiutando istintivamente la sola idea che qualcuno se ne potesse appropriare, alterando inevitabilmente quella assoluta armonia di cui istintivamente mi sentivo di far parte.A malincuore cominciai la discesa, cercando di conservare quelle tante emozioni che l’Harney Peack mi aveva regalato.
Sulle tracce degli antichi signori delle praterie. Il prolungato squillo del telefono, in camera, mi svegliò all’improvviso facendomi sobbalzare sul letto: lentamente e faticosamente tornai alla realtà.Mi trovavo a Denver , in Colorado, dove ero arrivato dopo un lungo ed infinito volo da Monaco, tappa intermedia, con iniziale partenza da Genova prima della trasvolata atlantica.Avevo deciso di tornare nelle grandi pianure anzitutto per rispondere a quel silenzioso richiamo che invariabilmente percepivo all’avvicinarsi dell’estate e poi per completare, anche se con una certa approssimazione, la visita delle Riserve più importanti e significative, che aveva iniziato tempo addietro. Ovviamente non potevo sperare di esaurire un argomento tanto complesso e diversificato, ma contavo di supplire alle tante mie carenze, specie su etnie poco conosciute, delle quali storici, sociologi e narratori si erano occupati superficialmente e senza particolare interesse.In particolare non disponevo di attendibili ed esaurienti informazioni sulle popolazioni situate in prossimità del confine canadese: tra queste, i Mandan costituivano l’etnia che maggiormente mi incuriosiva.Procediamo comunque per gradi.Abbandonata Denver, come atto di doveroso riconoscimento non poteva mancare la visita a Fort Robinson, dove, come è noto, si è spenta tragicamente la vita di Crazy Horse.Su questo personaggio si sono spese tante e anche troppe parole, passando, come frequentemente avviene, dalle lodi più esagerate a critiche di matrice storico- sociologica.Personalmente non condivido queste tipo di valutazioni, di stampo cultural-occidentale.Il personaggio, con il suo semplice stile di vita e la sua assoluta determinazione, ha lasciato un segno inconfondibile di come l’uomo possa elevarsi fino a dimenticare se stesso, superando i propri limiti, rivendicando la propria appartenenza ad una Terra, che era e resterà per sempre Madre, ad un popolo oramai prossimo alla disfatta, ma che comunque sentiva di dover difendere anche a costo della propria vita, vanificando anche l’ostilità di chi, un tempo amico, aveva contribuito alla sua fine.Coraggio, determinazione, tutela di certi valori: penso che simili qualità contraddistinguano e identifichino un uomo più che tante cervellotiche interpretazioni pseudo- intellettuali. La baracca povera ed austera dove si sarebbe compiuto il destino di questo grande guerriero, sembra ne rappresenti l’emblema, il simbolo, a riprova che certi messaggi penetrano nel cuore più di tante roboanti parole.La calda luce del tramonto ed una leggera brezza, che faceva ondeggiare le cime degli alberi circostanti, sembrava volesse accompagnarci, mentre, nel più assoluto silenzio e in preda ad un profonda commozione, abbandonavamo questa area.Il messaggio che avevamo percepito era fin troppo chiaro ed evidente: sta a noi e alle nuove generazioni mantenerlo vivo e non dimenticarlo. Raggiunta Chadron, mi ritirai in camera: questa era la terza volta che visitavo Fort Robinson eppure l’effetto, anche se più contenuto e mediato, era sempre di altissimo coinvolgimento.Il giorno successivo ci saremmo recati , dopo aver attraversato le Black Hills e il Custer State Park, al Crazy Horse Memorial.Provai a dormire, ma continuavo a vedere davanti ai miei occhi quella bianca figura che cominciava a delinearsi nella roccia, a poca distanza del Monte Rushmore.Il braccio proteso in avanti sembrava indicare una direzione ben precisa, come naturale ed inequivocabile contrappunto allo strapotere delle effigi immortalate dall’uomo bianco. Le Black Hills ci accolsero nel verde cupo di profondi e severi contrafforti, aprendosi al nostro sguardo in tutta la loro imperiosa maestosità.Nessuna meraviglia che per i Nativi Americani rappresentino il centro dell’Universo e che, per la loro salvaguardia, non abbiano esitato ad instaurare da tempo immemorabile un contenzioso contro il Governo Americano, sul cui esito finale mi sembra ragionevole nutrire qualche dubbio, vista l’estrema disinvoltura con cui la Corte Federale interpreta la normativa prevista dalla Legge, innovando, se del caso, lo stesso dispositivo.Tappa obbligata, ma comunque apprezzata, il passaggio attraverso il Custer State Park, regno incontrastato di creature massicce ed imponenti come i bisonti e di piccole creature, come i prairie dogs, che con i loro inconfondibili squittii le loro buffe giravolte offrivano uno spettacolo di coinvolgente e contagiosa allegria.Singolare constatare come ogni veicolo procedesse con estrema lentezza fino ad arrestarsi completamente nel caso un bisonte indugiasse nel bel mezzo della carreggiata. L’attesa poteva protrarsi, ma anche il più impaziente degli spettatori sembrava uniformarsi serenamente ai ritmi e alle regole di questo incredibile ambiente.All’aprirsi di una radura, ecco la sagoma inconfondibile del Crazy Horse Memorial.Non mi sento di azzardare alcun ipotesi sul tempo necessario per portare a compimento una simile titanica opera: non credo però che questo particolare sia determinante. L’impronta di questo indomabile guerriero vive già in quella roccia: una semplice sagomatura non mi sembra possa aggiungere alcun particolare a quanto è, già al momento, fin troppo evidente.D’altra parte il voler apparire, il desiderio di proporsi non sembrano caratteristiche in sintonia col personaggio, tanto discreto e riservato nel suo abituale stile di vita quanto determinato e autoritario in battaglia.Raggiungemmo Custer all’imbrunire.Il tempo per una accettabile sistemazione e quindi il tanto agognato riposo, pronti a intraprendere, il giorno successivo, l’ascesa all’ Hearny Peack. Entusiasmati anzitutto della particolarità di questa area, legata come è noto al nome di Alce Nero, e animati da un inconscio spirito competitivo, cominciammo la nostra marcia, cercando di adeguare ritmo, respirazione e fatica alla brusche e frequenti impennate del sentiero.La natura circostante ci ripagava però dei nostri sforzi: macchie boschive lussureggianti accompagnavano il nostro cammino, offrendoci momenti di gradevole frescura, mentre leggere folate di vento ci davano un minimo di sollievo.All’improvviso il sentiero si inerpicò su uno spuntone roccioso per poi trasformarsi in una impegnativa rampa di gradini in pietra. Al culmine di questa estemporanea scalinata, un massiccio torrione affacciato sulla sottostante vallata.Raggiunta la cima e ripreso fiato, mi affacciai sull’ampia balconata. Mi riesce difficile descrivere quello che si offriva ai miei occhi: l’impressione è quella di trovarsi sul tetto del mondo, non tanto per l’altezza quanto piuttosto per l’infinita visuale di cui potevo disporre.Sotto di me e all’orizzonte distinguevo perfettamente ampie foreste e grandi praterie senza limiti né confini, quasi la rappresentazione di un immenso calco, appena velato da una leggera foschia.Un’aquila stava solcando questa meraviglia, come facendone parte, con movimenti lenti e maestosi: provai a seguirne il volo, ma all’improvviso sparì dalla mia vista.Ancora una volta mi sorpresi a pensare di come l’uomo, con tutta la sua superbia ed arroganza, riveli in un simile ambiente tutti i suoi limiti.Stavo vivendo questo spazio in assoluta e totale libertà, senza alcun condizionamento, rifiutando istintivamente la sola idea che qualcuno se ne potesse appropriare, alterando inevitabilmente quella assoluta armonia di cui istintivamente mi sentivo di far parte.A malincuore cominciai la discesa, cercando di conservare quelle tante emozioni che l’Harney Peack mi aveva regalato.
Sindicazione
14.01.11 @ 10:58:15
da Franco
Bellissima descrizione, vibrante e sensibile. Complimenti!
04.11.10 @ 12:50:13
da alessandra
Bellissimo e atmosferico...ehh sci
03.01.10 @ 21:07:46
da mario
Like.
07.10.09 @ 07:36:03
da Donna Talks
Giuseppe, come sono belli e commoventi i ...
23.10.08 @ 14:42:30
da Emilia