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11 Nov 2008 - 20:09:48
Viaggio 2008 - Parte III
Ci stavamo lentamente avviando verso la fase conclusiva del viaggio.I futuri appuntamenti erano di sicuro interesse, ma avevo la sensazione di aver ormai ultimato la parte, che maggiormente mi interessava.Giungemmo a Billings  al tramonto.Breve sosta in pizzeria e quindi il meritato riposo.La mattina successiva eravamo attesi per un appuntamento altamente spettacolare, che non dovevamo assolutamente perdere, la Crow Fair. Di estremo effetto  infatti questa manifestazione, durante la quale si alternano canti e balli  da parte di abilissimi danzatori, i quali, vestendo sgargianti tenute di stampo tradizionale, si esibiscono al  suono ritmico dei tamburi, mimando passi e movimenti in sintonia col battito delle percussioni.La Crow Fair, che si tiene ovviamente nel territorio di questa etnia, è una  riunione intertribale, un grande Pow Wow, al quale partecipano esponenti di pressoché tutte le tribù, del Nord Ovest, del Sud Ovest e dei lontani stati canadesi.Vi abbiamo assistito per due pomeriggi, lasciandoci coinvolgere da queste esibizioni e dai  canti amplificati da una fitta serie di altoparlanti, presenti in ogni parte di questa vasta area.La fase centrale della manifestazione è caratterizzata da una variopinta e sontuosa sfilata delle diverse etnie, rigorosamente incolonnate,  i cui rappresentanti procedevano o alla guida di massicci pick-up o in sella ad eleganti cavalli.In passato avevo già assistito a tale spettacolo, ma non ricordavo una simile partecipazione, tanto entusiasmo e spettacolarità: abbandonati i rigidi schemi, in cui quotidianamente viene costretto, il Nativo Americano può dare libero sfogo alla propria fantasia e al proprio entusiasmo, tornando almeno per un breve periodo di tempo, alle proprie origini e tradizioni, quando ancora non esistevano tante restrizioni, dettate da norme comprensibili solo per l’uomo bianco, alle quali, suo  malgrado, aveva dovuto assoggettarsi.Anche in questa occasione ho avuto modo di sperimentare la consueta ospitalità di questo popolo. Eravamo stati invitati da Kendall, che avevo già conosciuto in altre occasioni e incontri, il quale si era esibito, nell’arena, partecipando alla danza dei vari gruppi e ora faceva gli onori di casa, presentandoci, sotto un alto tendone, i diversi componenti della famiglia.A pranzo ebbi modo di apprezzare piatti prelibati e gustosi preparati con raffinatezza e gusto.Giunse infine la sera: dopo i dovuti ringraziamenti per una simile accoglienza, tornammo a Billings.  La mattina successiva era in programma il Little Big Horn.Già in altre occasioni ho avuto modo di illustrare le sensazioni provate durante questa visita. Non vorrei quindi ripetermi, ma la vista di questa collina, trasformata in una sorta di “fittizio Cimitero” con singole croci piantate nel terreno a testimonianza di dove era caduto quel soldato o quel guerriero, continua a darmi una sensazione di cupa tristezza.Non avvertivo alcuna partecipazione emotiva, ma solo mi sembrava di rivivere il  livido terrore di  quanti avevano partecipato ad un simile disfatta, lucidamente consci della propria morte.Nei posti dove ci eravamo portati in precedenza, si avvertiva la reazione di un popolo che stava difendendo la propria autonomia, a costo della vita, ma questa zona testimoniava visivamente solo la sconfitta di un uomo che, vittima della propria ambizione, aveva perso se stesso ed aveva trascinato in questa tragedia tante altre persone, alcune delle quali probabilmente non al corrente di quanto in realtà stesse accadendo.Quando ci allontanammo, tirai un profondo sospiro di sollievo.Mentre ci dirigevamo a Denver, tappa conclusiva, operammo una variante  da tutti gradita e ben accetta: prossimo appuntamento a Fort Laramie, dove, come è noto, furono stipulati i tanti, troppi  Trattati, poi puntualmente disattesi.Cominciai quindi  l’ esplorazione di questa immensa superficie, dove opportunamente ristrutturate, facevano bella mostra le singole abitazioni degli ufficiali, la caserma, ricostruita in stile d’epoca, con tutte le brandine allineate, la divise ordinatamente appese, e, vicino, i fucili.Mi portai infine in una costruzione, piuttosto alta e massiccia, che si distingueva nettamente dalle altre. Entrai e vidi, rigorosamente ben conservate, le armi che avevano distrutto le popolazioni locali: cannoni, obici e le famigerate mitragliatrici, tra le quali spiccava la Gattling.Chi dispone di una anche minima informazione delle guerre indiane, conosce l’effetto micidiale di una simile arma, in grado di sparare a raffica una quantità incredibile di proiettili, falciando tutta l’area antistante. Un solo soldato poteva compiere una vera carneficina.Contro questi strumenti di morte si battevano e cadevano guerrieri armati di archi, frecce, lance e di qualche arrugginito fucile.Quale orgoglio si sia potuto ricavare da simili prodezze, mi riesce difficile capire.Condivido l’opinione di quanti osservano che la storia dell’umanità è fin troppo ricca di simili e aberranti episodi, ma questo non mi consola, al contrario.Estremamente umiliante e vergognoso poi rilevare come, ad ogni spedizione seguisse poi la dotta esposizione di complesse normative, a tutela delle reciproche posizioni: se l’argomento non fosse tanto tragico ci sarebbe veramente da sorridere al  pensiero di quante volte queste stesse norme siano state poi disattese da quello stesso Governo che le aveva promulgate..Lasciata questa zona, ritornammo sul percorso principale, con destinazione Denver.Il viaggio era concluso. La sera mi ritirai in camera.Il bilancio era sicuramente favorevole, ma quanti interrogativi rimasti privi di risposta.Il rischio di una estinzione di queste etnie è sicuramente presente, specie se ricordavo certi episodi e certe persone, che avevo visto aggirarsi senza scopo nelle strade.Eppure continuavo a ripetermi che una volta toccato il fondo non si possa che riprendersi.Mi venne spontaneo pensare che dal vuoto spesso si risorga, come la mitica “fenice”, libratasi in volo dalle proprie ceneri.Con questa speranza, mi addormentai.La mattina successiva mi alzai presto, senza alcun motivo, visto che il volo per l’Europa era fissato nel primo pomeriggio.Uscii, portandomi nella parte antistante dell’albergo.I lontani contrafforti e le basse colline immerse nella prime nebbie del mattino offrivano un spettacolo silenzioso, discreto, magico. Respirai profondante: c’era tutto il tempo per una breve passeggiata.Dopo pochi passi mi imbattei in una signora, di una certa età, che stava facendo jogging: mi salutò con un ampio sorriso e proseguì nella marcia.Avvertii in quel momento una sensazione piacevole che stava finalmente spodestando quella cupa malinconia, scesa, dalle sera precedente, nella mia anima. Era bastato quel semplice sorriso per farmi capire come la costanza, la determinazione e un certo ottimismo, possano rappresentare il rimedio di certe situazioni negative, che almeno inizialmente giudichiamo prive di qualsiasi  speranza.Guardai il cielo: un falco o forse una poiana sembrava volesse dare il benvenuto al nuovo giorno. Era un buon auspicio.Finalmente anche io mi abbandonai ad un sorriso.  

danovaro giuseppe · 151 visite · 0 commenti
Categorie: Racconti

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