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11 Nov 2008 - 20:15:50
Viaggio 2008 - Parte II
Come ho avuto modo di sottolineare in precedenza, conoscevo veramente poco dei Mandan e quelle scarne informazioni di cui disponevo erano frutto di ricerche incomplete e decisamente farraginose .Finalmente mi trovavo  nella loro Riserva, sul loro territorio: dovevo assolutamente approfittare di una simile occasione non solo per supplire ad una paurosa carenza, ma anche per completare e  concludere quella panoramica su tutte le più significative etnie, che avevo iniziato diversi anni addietro.Entrai quindi in questa area con una certa curiosità.Mi resi immediatamente conta di una profonda diversità con le popolazioni, che avevo finora visitato.Anzitutto, secondo quanto ci veniva sottolineato da una solerte e simpatica Ranger, i Mandan erano anche nel passato una popolazione stanziale, non nomade come i Lakota e gli Cheyenne, dedita all’agricoltura, alla pesca e all’allevamento del bestiame.Etnia non particolarmente bellicosa, aveva potuto e saputo mantenere le proprie abitudini, senza essere coinvolta nelle guerre e cadere vittima delle spaventose repressioni, che avevano falcidiato le popolazioni delle grandi pianure.La stessa abitazione, denominata appunto Lodge, lasciava intendere uno stile di vita ben radicato a quella parte di territorio dove era stata costruita: formata da un impasto di fango, argilla ed erba essiccati al sole, era sostenuta da pali di legno che costituivano la struttura portante, decisamente alta e di dimensioni ragguardevoli. Al centro, in una specie di rudimentale braciere, ardeva il fuoco.Tutte le attività domestiche del nucleo famigliare si svolgevano in questo spazio.La parte circolare, intorno al centro della Lodge, era riservata alle c.d. stanze, dove i singoli membri si ritiravano durante al notte, mente la circonferenza più esterna era riservata ai cavalli migliori: accorgimento questo indispensabile per evitare furti e razzie da parte di tribù vicine.Durante l’estate la popolazione del villaggio normalmente si trasferiva in zone più agiate e comode, preferibilmente in prossimità di fiumi o torrenti, ma questo sempre mantenendo inalterate le c.d. abitudini stanziali.Condottiero e Capo di assoluto spessore, Quattro Orsi: su questo personaggio non sono però in  grado di soffermarmi, anche per evitare di cadere in errori poco simpatici e meritare quindi critiche feroci da parte di persone invece ben informate.Bellissima la natura circostante, grandiosa sotto ogni punto di vista e spettacolare, specie nella parte, denominata appunto Knife River, dal fiume, che con anse sinuose, la attraversa creando un suggestivo disegno nella lussureggiante pianura.Se un giorno vi dovessi  ritornare, mi fermerei sicuramente per un certo periodo di tempo: la sensazione è che ne valga veramente la pena.La giornata proseguì con la visita al Theodore Roosvelt National Park.  Mi attendevo molto da questa zona, descritta come di ineguagliabile bellezza e maestosità.Purtroppo una pioggia continua ed insistente scendeva da un cielo plumbeo, avvolto da una leggera nebbia, che impediva di disporre di una visuale anche sole accettabile.Ci limitammo quindi a qualche breve sosta per le fotografie di rito, anche se la luce, davvero insufficiente, offriva ben modeste garanzie.Un simile scenario meritava sicuramente condizioni ambientali più favorevoli per essere  apprezzato in tutto la sua grandiosità e splendore: purtroppo avevamo incontrato una giornata davvero poco propizia.Raggiungemmo quindi Glendive, dove pernottammo.  Alla Riserva Cheyenne di Lame Deer tornavo dopo diversi anni: non sapevo quindi che tipo di approccio avrei vissuto.Il cambiamento era stato notevole: anzitutto non esisteva, al momento della mia precedente visita il Visitor Center, che ora si presentava, in tutta la sua eleganza, davanti a miei occhi.Superato l’ingresso mi trovai in un ampia stanza, dove facevano bella mostra diversi oggetti di lavorazione artigianale, abiti da cerimonia, attrezzature guerresche, dipinti e fotografie.Per la maggior parte, si trattava di una vera e realistica riproduzione di una certa oggettistica dell’epoca, dal taglio raffinato e ricercato.Il tutto caratterizzato dall’uso di colori estremamente vivaci, che conferivano un tocco scenico di alta qualità.Passai poi in un altra stanza riservata agli acquisti: vi era solo l’imbarazzo della scelta, visto che si spaziava dalla semplice collana o bracciale  a manufatti di pregevole fattura.Ci aspettava ora l’appuntamento con la persona che ci avrebbe condotto alle tombe di Little Wolf e di Dull Knife, guerrieri cheyenne che avevano conosciuto l’amaro sapore della sconfitta, della disfatta e della deportazione.Le loro imprese sono abbastanza conosciute, ricorrendo spesso in diversi racconti: come già in altre occasioni preferisco tralasciare il resoconto di tali gesta, per soffermarmi invece su quanto potevo avvertire, entrando nel piccolo Cimitero della Riserva.Pochi oggetti ornamentali, qualche nastrino variopinto e sparuti piccoli mazzi di fiori ornavano le lapidi dove erano indicati i nomi di questi due personaggi.La semplicità e la assoluta mancanza di ostentazione costituivano, e tali sono rimasti, uno dei tratti inconfondibili di queste etnie, molto discrete nel consueto vivere e altrettanto modeste nella cura dei propri morti, qualsiasi ruolo abbiano ricoperto nel villaggio e nel corso delle frequenti spedizioni guerresche.Nel silenzio, all’improvviso un avvertimento: “C’è un serpente…”.Allarmato, aguzzai lo sguardo e distinsi chiaramente il lungo corpo di un serpente, mimetizzato nell’erba: disturbato dalle nostre grida, stava ora lentamente strisciando verso una buca del terreno, probabilmente la sua tana, dove ben presto sparì.Dopo un momento di comprensibile timore, ognuno rivolse la propria attenzione verso le due  tombe, allineate sul terreno.L’improvvisa apparizione del rettile aveva indubbiamente allarmato il nostro gruppo, ma la particolarità della zona e quello che rappresentava aveva ben presto fatto dimenticare quell’ incontro.Ancora una volta mi ritrovai a pensare come le situazioni trasformino gli stessi criteri di giudizio,  originando anche a livello inconscio, una sorta di naturale priorità. In qualsiasi altro momento la comparsa di un serpente, quasi sicuramente pericoloso, avrebbe sconvolto pressoché tutti i componenti di un gruppo come il nostro, formato da persone non abituate a  simili pericoli e quindi estremamente vulnerabili a livello emotivo. Nel caso specifico, l’interesse predominante era però costituito da quanto quel posto sapesse  rappresentare, davanti a quelle lapidi che ricordavano  e custodivano le spoglie dei due guerrieri.Questo era l’aspetto predominante ed era proprio questa consapevolezza, che ci aveva distolto da ogni altra situazione, anche di pericolo.Tornai a guardare la terra, che conservava quelle spoglie e tante altre, come se volesse preservare e e custodire quei suoi figli che, per difenderla, avevano pagato con la propria vita. La Terra come Madre, secondo la concezione dei Nativi Americani, che accomunano il percorso sulla sua superficie al fluire stesso della vita, accomunati a tutte le altre creature.Avevamo appena visto un serpente, che pigramente era poi sparito nella propria tana, nelle profondità e nel silenzio di una buca del terreno: per un breve periodo di tempo le nostre esistenze erano entrate in relazione, avevamo condiviso la stessa area.  Mitakuye oyasin: è tutto correlato. Poche parole, ma di chiaro significato. Varrebbe la pena ascoltarle.  Stavo perdendomi in queste elucubrazioni, quando vidi profilarsi la sagoma della persona che, secondo quanto ci era stato anticipato, avrebbe dovuto accompagnarci in un luogo sacro, dove Toro  Seduto, secondo la tradizione, avrebbe avuto la visione della disfatta del Generale Custer.La nostra guida ci raccomandò di seguirlo, mentre col suo pick-up si inoltrava in questa area: unica raccomandazione quella di rispettare le sue soste, durante le quali si sarebbe raccolto in preghiera, e mantenere anche in seguito il più rigoroso silenzio,Dopo queste semplici parole avviò il motore del suo veicolo, portandosi lungo uno stretto sentiero in leggera, ma costante salita.Giungemmo quindi alla base di una massiccia formazione di rocce  con , al centro, una parete liscia.Guardai il personaggio che ci aveva accompagnato: sicuramente si trattava di un medicine-man o comunque di un elemento di  spicco in quella piccola comunità. Era sicuramente investito di una autorità tale da consentirgli di fornire ogni dettagliata informazione, non conosciuta dai grandi mezzi di informazione, a quanti fossero sinceramente interessati a conoscere l’evolversi di certi avvenimenti.Tanti passaggi, lo dico sinceramente, mi sono sfuggiti, ma il messaggio che ci veniva trasmesso era ben chiaro.Il nostro gruppo aveva avuto il privilegio, il dono di trovarsi proprio nel punto dove Toro Seduto aveva visualizzato la disfatta dell’Esercito Americano, raffigurato da pittografie impresse sulla roccia nelle quali si vede la caduta, a testa in giù, dei soldati.La stessa sequenza di alcuni massi simboleggia l’ evolversi di alcuni avvenimenti, verificatisi nel corso del tempo successivo, inspiegabili secondo la scienza ufficiale, ma comprensibili a livello di interpretazione trascendentale.La difesa e la salvaguardia  dalle Terra, in tutte le sue componenti  e in tutte le creature che su essa dimorano, deve costituire lo scopo prioritario proprio per evitare lo scatenarsi di eventi catastrofici con conseguenze drammatiche ed irreversibili per l’intero pianeta.Queste parole, sicuramente non nuove, sono in linea di massima condivise e approvate dall’umanità intera, ma poi all’atto pratico vengano completamente disattese: i motivi sono fin troppo noti.Terminata questa emozionate cerimonia, il ritorno al villaggio, dove facemmo conoscenza con  l’intera famiglia di questo singolare personaggio.Persone gentili, discrete, dignitose, con un certa propensione ad una distaccata ironia.Ci accomiatammo con un caloroso saluto e un sentito ringraziamento.   

danovaro giuseppe · 140 visite · 0 commenti
Categorie: Racconti

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