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11 Nov 2008 - 20:30:02
Viaggio 2008 - Parte I
Quando l’indomani partimmo per recarci a Wounded Knee avvertii la precisa sensazione di un cammino a suo tempo avviato, poi interrotto e ora ripreso.Non credo di essere vittima di una forma di autosuggestione, quando sostengo che in questa area si avverte tuttora la tragicità di quel lontano ed efferato episodio.Un silenzio quasi irreale circonda questa piccolo cimitero.Guardavo queste povere tombe scavate nella terra, sormontate, alcune, da semplici basamenti, altre caratterizzate dalla presenza di qualche oggetto ricordo o da nastrini variopinti. Oltre la recinzione, l’ampio spazio dal quale erano partite le prime scariche di fucileria.Al centro il cippo funerario, che ricorda la morte di Big Foot e di quanti facevano parte del suo  sparuto gruppo, falciato dal fuoco dei militari.Come per monito per la future generazioni e quasi a voler conservare il ricordo e la ricorrente continuità di tanta efferatezza, la tomba di un giovane nativo, ucciso dai Federali nel 1973. Incisa sulla lapide questa annotazione “Lawrence D. La Mante, Dicembre 1941-Aprile 1973”. Poi una scritta “Egli andò via, viaggiando solo. Noi lo ritroveremo nella nostra dimora finale”. Mi ricordavo questa frase scritta, ma francamente ancora una volta mi ritrovai a combattere la commozione, che mi stava serrando la gola. Morte e speranza in un unico indissolubile disegno. Penso sarebbe bene che tutti, io per primo, ce ne ricordassimo quando enfatizziamo, in modo a volte drammatico, episodi di ben scarso peso. Da Custer partimmo per raggiungere quelle Riserve che rappresentano, agli occhi di quanti sono  interessati alla cultura dei Nativi Americani, il naturale punto di riferimento delle loro ricerche.Conoscevo già queste località: come avevo previsto, la visita alle Riserve di Pine Ridge e di Rosebud si rivelò un vero pellegrinaggio nella sofferenza e nel degrado.Le difficoltà che i Lakota tuttora incontrano hanno sicuramente origine nell’abbandono in cui è stata lasciata questa etnia , da sempre relegata ai margini della imperante Società occidentale, come se a suo carico fossero state  individuate specifiche responsabilità, riconducibili alla guerre indiane e a quel appellativo di “ostili”, da sempre riservato alle popolazioni guerriere.Nel frattempo è passato oltre un secolo e tante forme di odio si sono affievolite quando addirittura sono state metabolizzate.Nei confronti dei Lakota si registra invece una costante forma di “apartheid”, difficilmente spiegabile anche se, è doveroso riconoscerlo, l’opera di alcuni bianchi e in particolare dei Missionari, mi sembra abbiano consentito un certo miglioramento nelle condizioni di vita della Riserva.Esiste in effetti una ben precisa  linea di demarcazione quasi fisica tra l’area occupata dalle Missioni e  quella abbandonata alla mercè di tutti e di nessuno.E’quanto ho potuto constatare ad esempio nella Riserva di Rosebud, dove l’opera dei Missionari ha inciso profondamente e in termini decisamente positivi, intervenendo concretamente anche da un punto di vista igienico e sanitario. Purtroppo superati questi ristretti confini, si cade nel più totale abbandono, nella più drammatica abulia e trascuratezza, con personaggi di ogni età che si aggirano nelle polverose strade della Riserva, alla ricerca di una qualche  motivazione, che consenta di trascorrere in qualche modo la giornata.Massima disponibilità e cordiali sorrisi dispensati però attraverso una sottile velo di tristezza e malinconia.Sulle colpe della civiltà occidentale non possono sussistere dubbi, questo è evidente, ma mi sembra anche doveroso chiedersi per quali motivi questa etnia, un tempo dignitosa e orgogliosa, gravi, nel vero senso della parola, sulle donne anziane, anch’esse sicuramente vittime di una certa intolleranza razziale, ma comunque reattive e ben determinate a proseguire in un percorso di rivalsa e, all’occorrenza, di integrazione.Se esiste il concetto di “famiglia allargata”, posso tranquillamente sostenere che la vera interprete  di questo particolare tipo di comunità è la donna anziana, “la nonna”, la quale con la propria intraprendenza e praticità provvede alle esigenze di tutti i componenti del gruppo.Siamo stati ospiti della sorella di Gilbert Douvuille e ho potuto constatare, con una certa meraviglia, come questa persona, piuttosto avanti negli anni, abbia provveduto ad onorare il nostro gruppo, tra l’altro abbastanza numeroso, offrendoci une serie di prelibatezze a basi di carne e dolci, con  porzioni   decisamente abbondanti .Difficilmente mi è capitato di assistere ad una simile carica di iniziativa e di gioviale vitalità specie se si considera che le circostanze non si presentavano esattamente rilassanti.Personalmente mi sento di ringraziarla per quanto ho potuto imparare dalla sua serenità ed intraprendenza, qualità molto più utili di tante parole, magari belle e piacevoli, ma spesso rivestite solo di vuota astrattezza.Quella sera, in albergo, mi interrogavo sui motivi delle tante contraddizioni, che avevo visualizzato nel corso della giornata.Una etnia che, nel passato, avevo fatto dell’orgoglio, della dignità e del coraggio il proprio stile di vita ridotta ora a vivere di quei miseri sussidi che il Governo riconosceva come una offensiva elemosina: quasi un invito ad abbandonarsi, a cadere nella rovina fino alla definitiva estinzione, alla sparizione.
Pensai a quella donna, al suo spirito combattivo e in parte mi tranquillizzai: continuai comunque ad avvertire un diffuso senso di disagio e di tristezza.
  Diverso invece l’impatto con la Riserva Lakota di Cheyenne River, dove ci recammo in un momento successivo.Sicuramente superiore il livello di vita: strade curate, pulite e una certa eleganza anche nel portamento delle persone, vestite in modo semplice, ma ordinato.Impensatamente finimmo nel bel mezzo di vere elezioni cittadine, tenute in una zona rigorosamente riservata, con tanto di seggi, scrutatori e Presidente.Facemmo quindi conoscenza con una ragazza, presumibilmente addetta alla segreteria del seggio, la quale, prima incuriosita dall’improvvisa apparizione del nostro gruppo poi, superata la iniziale diffidenza, sempre più accattivante e cortese si mise a nostra disposizione per rispondere all inevitabili domande. Una foto di gruppo concluse questa imprevista visita.La sera  raggiungemmo Mobridge,  dove pernottammo, non senza esserci prima scambiati i più disparati  commenti sulle condizioni e sulle iniziative di questa etnia., appartenente ai Lakota, ma  abbastanza particolare e sicuramente diversa dal modello consueto, sia nei costumi sia nelle abitudini.Lentamente stavamo lasciando quegli scenari di abbandono e degrado, per portarci in una dimensione sicuramente non ricca e sfarzosa, ma dove la stesse persone dimostravano almeno di  essere tenacemente e concretamente intenzionate a riappropriarsi di una propria identità culturale, ovviamente in sintonia con i tempi.Con questa piacevole sensazione, entrammo a Standing Rock, Riserva legata al nome di Sitting Bull. Anche su questo personaggio di grandissimo spessore si è tanto discusso e scritto: ritengo inutile e superfluo perdermi in ulteriori disquisizioni.Preferisco invece descrivere le sensazioni che prima lentamente, ma poi con sempre maggiore intensità stavo percependo.Ci eravamo portati nell’area dove era stata eretto il monumento con l’effige del Grande Capo, il viso rivolto verso la sottostante pianura, attraversata dal massiccio corso del Missouri.Immediatamente avvertii il bisogno di allontanarmi  dal gruppo, senza alcun motivo, se non quello di vivere il silenzio e quel grandioso, mirabile anfiteatro, che si apriva davanti ai miei occhi.Singolare come in certi momenti ci si senta profondamente immedesimati con l’ambiente, in una sorta di avvincente trasporto, al punto di dimenticare, sia pure temporaneamente, noi stessi, come singole persone, individualità, in quel momento, prive di una qualsiasi importanza.Quotidianamente siamo abituati a cadenzare il tempo, ma in alcune occasioni, sembra che i minuti, le ore, lo stesso spazio circostante nel quale ci muoviamo vivano in una unica dimensione, di cui noi incredibilmente siamo entrati a far parte.Ed è come  se percepissimo quella pace, quella serenità alla cui ricerca siamo sempre protesi, ma che ben raramente riusciamo a “vivere”. Questo era uno di questi momenti.Guardai l’effige di questo grande personaggio e mi ritrovai a pensare che quella terra, tanto amata, lo stava ripagando, offrendogli, ora e per sempre, un scenario di ineguagliabile e trascendente bellezza.Lentamente tornai in me stesso, ma continuai ancora ad avvertire, in modo sempre più lontano, quel senso di piacevole silenzio e di solitudine, che mi aveva fatto, sia pure temporaneamente, smarrire.Mentre mi stavo accodando al gruppo, provai a fare un primo valutazione della esperienze e delle sensazioni finora vissute: il bilancio era sicuramente positivo.Il prossimo appuntamento era fissato nella terra dei Mandan. 
danovaro giuseppe · 163 visite · 0 commenti
Categorie: Racconti

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