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29 Mag 2008 - 20:00:36
Toro Seduto

Per meglio capire gli svariati aspetti del nuovo mondo, accondiscese ad aggregarsi al Circo di Buffalo Bill, nella tournée che portò l'intera troupe in giro per l'America.Mi chiedo cosa possa aver pensato l'anziano Capo, davanti ad una manifestazione così diversa da quelle cui era abituato. Canti e musiche assordanti in un carosello di uomini e cavalli, solo accomunati da un'unica grande finzione, che l'uomo bianco"pomposamente definiva "spettacolo".Tornato nella propria terra, cercò di ritrovare il proprio mondo, aderendo ad un nuovo movimento, che assicurava la prossima rivincita delle popolazioni indiane. Per evitare focolai di rivolta, il Governo aveva però intanto deciso di mandare nelle riserve l'Esercito, formato in buona parte da soldati indiani. Durante una sommossa nella riserva di Standing Rock, Toro Seduto venne colpito a morte, proprio da un militare indiano. Davvero singolare il fatto che grandi personalità come Toro Seduto e Cavallo Pazzo, dopo aver conosciuto il sapore della vittoria e dopo essersi sempre sottratti alla cattura, siano poi caduti per mano dei loro stessi fratelli. Sembra quasi che il destino abbia voluto, accomunandoli nella morte, preservarli da ogni forma di interferenza e contaminazione straniera. Il Pullman entrò in una grande area, coperta da un soffice tappeto d'erba rigogliosa: a poca distanza, davanti a noi, la Tomba di Toro Seduto. L'effige del Grande Capo campeggiava su un massiccio basamento: lo sguardo rivolto verso l'ampia vallata sottostante. Mentre guardavo questa raffigurazione, pensavo ai tanti episodi della vita di questo personaggio, narrati in diversi resoconti, alcuni più affidabili in quanto confermati da diverse fonti, altri frutto di mere ricostruzioni da propinare agli sprovveduti. Uno di questi episodi, ignoro fino a che punto autentico, riportato comunque in diverse biografie del Grande Capo, si delineò nella mia memoria, probabilmente per tutta una serie di significati, che ad esso furono collegati: mi riferisco a quanto, secondo certe fonti, avvenne, nella Riserva appunto di Standing Rock, nel momento immediatamente successivo al colpo mortale inferto dal poliziotto appartenente alla milizia indiana. In quel momento, sotto il crepitio delle armi, il cavallo del Capo cominciò a "danzare", mimando i passi appresi durante le rappresentazioni del Circo di Buffalo Bill, movimenti che mandavano in visibilio gli spettatori, frastornati dai costumi di una scenografia estremamente folcloristica, dal galoppo serrato dei cavalli e dalle veementi cariche di cavalleria. Era un impianto scenografico certamente coinvolgente e di prim'ordine, nuovo come genere e di sicuro effetto, all'insegna ovviamente della spettacolarità. Ora la finzione si trasformava, come per un oscuro gioco del destino, in una realtà tragica, nella quale i protagonisti si fronteggiavano, non per divertire la platea, ma per vivere e sopraffare il proprio antagonista. Del tutto estraneo al dramma che si stava svolgendo, anche se ben presente e addirittura partecipe degli avvenimenti, questo cavallo, che al crepitio degli spari, purtroppo veri, rispondeva riproponendo la scena tante volte interpretata. Vi sono momenti nell'esistenza di una persona, in cui fatti ed episodi già verificatisi in un certo contesto, si ripropongono in situazioni del tutto diverse, se non addirittura opposte, agendo come filtri attraverso i quali la stessa realtà assume connotati difformi dai precedenti, proiettando immagini nuove, dai ben precisi significati. La scena interpretata dal cavallo doveva apparire, in quel momento, come un qualcosa di assurdo, di pazzesco, di stonato, mentre, in un altro contesto, quei movimenti così eleganti ed armoniosi risultavano come il trionfo stesso della bellezza, della potenza, della gioia, della vita. Ammesso che un simile resoconto sia veritiero, mi sono sempre domandato se Toro Seduto, prima di morire, abbia, effettivamente e anche per pochi istanti, assistito a questa scena e, nel caso, quali siano stati i suoi pensieri. La domanda può sembrare peregrina, ma fino a un certo punto. La cultura dei nativi americani ha sempre avuto ben presente i diversi e multiformi aspetti della realtà, che spesso si manifestano in modo all'apparenza contraddittorio. Ignoro per quale motivo e non so tra l'altro quanto possa essere attinente al tema, ma mentre riflettevo, mi venne in mente una figura - simbolo denominata, nella cultura Lakota, col termine heyoka (buffone sacro o commediante sacro).Il comportamento di questo strano personaggio è estraneo ad ogni schema, la sua azione contrasta con tutte le norme prestabilite: vi è della comicità, non fine a se stessa, ma piuttosto come messaggio di come deve essere interpretata l'umana esistenza, in alcuni momenti triste, in altri allegra, ma pur sempre identica nella sua essenza. E' un richiamo ad un maggior equilibrio, un sottolineare la necessità di ricordare, nell'euforia, le difficoltà e, in queste, il piacere, l'allegria. L'individuo è per sua natura portato ad eccessi emotivi, sia positivi, sia negativi: l'heyoka, col suo comportamento a prima vista assurdo, cerca di richiamare quell'equilibrio, che spesso l'uomo dimentica, forzando gli stessi connotati della realtà. Riflettevo su questi concetti, così semplici nella loro formulazione, quasi scontati, eppure tanto difficili da attuare, e non potei esimermi dal notare come fosse distante la nostra cultura da tali simbologie. Il principio del "giusto equilibrio" è comune alla nostra civiltà ma tende più alla ricerca e al raggiungimento del benessere individuale che non alla "misurata" relazione con tutta le manifestazione del vivere quotidiano. La differenza mi sembra evidente: la cultura occidentale, moderna persegue con ossessione la certezza, la sicurezza, così da consentire al singolo di competere, senza remore o penalizzazioni, col mondo esterno e poter così raggiungere gli obiettivi- simbolo della nostra esistenza e cioè il benessere, la ricchezza e il potere. La filosofia dei nativi è invece impostata sulla necessità di tornare a quella saggezza, che l'uomo smarrisce quando si trova a vivere situazioni di grave disagio o di piena gratificazione. Aggiungasi poi il particolare, già sopra indicato, secondo cui è per noi determinante il continuo confronto, anche conflittuale, la costante necessità di provare agli altri le nostre capacità, quale segno distintivo di indiscussa superiorità. Questo aspetto così concorrenziale, nella sua rigida connotazione, è estraneo alla cultura dei nativi e alla stessa società tribale, dove ognuno vive il proprio ruolo secondo le sue naturali caratteristiche, senza forzature, in sintonia ed in armonia con la comunità e con l'ambiente circostante. Significativo il fatto che comportamenti e atteggiamenti inconsueti o comunque di difficile collocazione, venissero accettati senza alcuna censura o riprovazione. Chi non si sentiva di partecipare ed una azione di guerra era libero di farlo, senza per questo attirare su di sé il biasimo e la punizione della comunità. Il "diverso", intendendosi questo termine nella sua accezione più ampia, era accettato senza discriminazioni o preclusioni. Ai bambini si davano insegnamenti, che potessero tornare utili in un ambiente comunque pericoloso e spesso ostile, senza imporre particolari costrizioni. La famiglia veniva intesa in senso allargato, con una serie di parentele ramificate, nel cui ambito l'individuo, sin dai primi giorni della propria esistenza e per tutta la vita, si muoveva in assoluta sicurezza, trovandovi un valido baluardo nei momenti di difficoltà. La società tribale appariva quindi come il consequenziale riflesso di tale amalgama di individui, organismo e istituzione in grado di provvedere, attraverso la cooperazione di tutti, al fabbisogno dei singoli, dei diversi suoi membri, dotata di quella elasticità, che le consentiva di assorbire l'imprevisto e di adattarsi alle diverse esigenze dal momento. Specchio e continuo riferimento, la natura, nella quale questa comunità si sentiva immersa, partecipe dei suoi continui e anche violenti cambiamenti, senza essere mai comunque in posizione di conflittualità. Non a caso l'uomo bianco, abituato a porsi sempre in competizione con tutto quanto lo circonda, fu spesso costretto a ricorrere all'aiuto di queste popolazioni, specie all'inizio, quando l'ambiente gli si era presentato in tutta la sua forza selvaggia. Si può tranquillamente osservare che l'abituale ospitalità abbia contribuito in maniera decisiva e determinante allo sfacelo e al dramma vissuto dalle popolazioni indiane. Nel momento in cui gli euro-americani furono in grado di attestarsi su certe posizioni, e questo fu loro consentito dalla tolleranza e dagli aiuti di queste tribù, cominciarono le prepotenze, le prevaricazioni, le violenze nei confronti di coloro ai quali si erano rivolti per un aiuto. E così anche il Nuovo Mondo fu costretto ad una forma di conoscenza basata su studi ed erudizione, su dottrine che ponevano l'uomo in primo piano, al centro dell'universo, unico signore e padrone del "tutto".Catalogate come arretrate manifestazioni, tutte quelle cerimonie nelle quali quasi costantemente si cercava il contatto col Soprannaturale, col Grande Mistero, e tutte quelle forme di terapia, fondate più sulla fede e sulla preghiera, che non sull'uso di sofisticate manipolazioni chimiche. Lentamente, ma altrettanto inesorabilmente, si stava introducendo la figura di un uomo, il quale stava, più o meno consapevolmente, perdendo alcune delle sue più peculiari caratteristiche, indebolendosi e diventando incapace di fronteggiare le proprie carenze, sempre maggiormente indotto a cercare non più in se stesso, ma in agenti esterni la cura per le proprie malattie, per la propria inquietudine, per la propria disarmonia. Mi costrinsi ad interrompere questi pensieri, per evitare di perdermi in una serie pressoché infinita di elucubrazioni, e tornai a concentrarmi sulla raffigurazione di Toro Seduto. Pochi semplici nastrini colorati e qualche fiore posato a terra ornavano il massiccio basamento della tomba. Nient'altro, se non le verdi colline circostanti e l'azzurra volta di un cielo limpido e terso. Superflua ogni forma di umana ostentazione, per ricordare questo grande personaggio: sul suo equilibrio e la sua lungimiranza valgano le dichiarazioni rilasciate, nel Novembre del 1877, ad un giornalista del New York Herald che lo intervistava. Riporto alcuni brevi passaggi del dialogo:"La vostra gente stima gli uomini quando sono ricchi: perché hanno molte cose, molta terra, molte donne... non è così?- Sì. Bene, diciamo allora che il mio popolo mi stima perché sono povero. Questa è la differenza."Questo era l'uomo che, pur chiuso nella sua dignità e fierezza, non era raro vedere, a New York, mentre dava qualche spicciolo ai ragazzini di strada e nel contempo si meravigliava del disinteresse dell'uomo bianco nei loro confronti. Un simile modo di agire era inconcepibile per la mentalità Lakota, che considerava i bambini come il futuro della nazione, come coloro cui era demandato il compito di garantire la continuità di un popolo, da sempre abituato a battersi, ma che mai, come in quei momenti, avvertiva l'estrema precarietà della propria esistenza. Mentre tornavamo in albergo nubi livide, lontane si stavano profilando all'orizzonte: la pianura e la colline stavano cambiando aspetto, i colori sfumavano in un grigio uniforme. Distolsi lo sguardo e concentrai la mia attenzione sul programma previsto per il giorno successivo: la visita alla riserva di Cheyenne River. La visita alla riserva di Cheyenne River si rivelò particolarmente istruttiva, mostrandoci come le indubbie remore e penalizzazioni di questi luoghi possano essere, se non altro, attenuate con l'iniziativa e l'autodeterminazione. Nonostante il nome, ci trovavamo in un'area appartenente alla Nazione Lakota, assegnata ai gruppi Minniconju, Two Kattle, Black Feet e Sans Arc, questi ultimi distintisi, anche nel passato, per il carattere estremamente mite ed equilibrato.


danovaro giuseppe · 631 visite · 0 commenti
Categorie: Racconti

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