Ultimi Commenti

ME COJONI ! E' sgorgato spontaneo ...

14.01.11 @ 10:58:15
da Franco


Bellissima descrizione, vibrante e sensibile. Complimenti!

04.11.10 @ 12:50:13
da alessandra


Bellissimo e atmosferico...ehh sci

03.01.10 @ 21:07:46
da mario


Like.

07.10.09 @ 07:36:03
da Donna Talks


Giuseppe, come sono belli e commoventi i ...

23.10.08 @ 14:42:30
da Emilia


Calendario

Mag 2012
LunMarMerGioVenSabDom
 << < > >>
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031   

Avviso

Chi c'é online?

Membro: 0
Visitatore: 1

rss Sindicazione

05 Nov 2010 - 17:49:00
Ritorno nelle Grandi Pianure
Lasciata Rosebud, ci dirigemmo veso Rapid City.Come se avesse interpretato i miei pensieri, Gilbert programmò per la sera stessa una visita a Bear Butte: saremmo però passati da una zona solitamente sconosciuta ai turisti.Mentre ci stavamo avvicinando al punto dal quale avremmo poi proseguito a piedi, assistemmo ad un episodio, che mi fece ancora una volata capire come certe atmosfere possano incidere anche sulla sensibilità delle persone.Davanti a noi notammo un Pickup, fermo sul bordo dalle strada: ne erano appena scesi due Rangers, uno dei quali portava una massiccia tavola di legno. Guardai a terra e vidi un serpente a sonagli che, faticosamente, stava cercando di attraversare, con movimenti lenti, la carreggiata: il dorso era inciso da una profonda ferita, sicuramente causata da un veicolo di passggio.Il rettile stava morendo, ma quando il soldato calò sul suo collo un potente fendente, ebbi un sussulto, mentre dietro di me avvertivo un grido di istintiva disapprovazione da parte dei componenti il mio gruppo.Cosa ci stava succedendo e per quale motivo non riuscivo a scacciare quella fastidiosa contrazione allo stomaco?Dopotutto si trattava di un serpente tra i più pericolosi, il cui morso era letale: tutto vero, ma anche questo essere non aveva diritto di vivere secondo i ritmi dettati dalla natura, senza essere vittima della sempre più frequente e massiccia intrusione di mezzi meccanici?   Diverse persone mi hanno detto che il mio rapporto con gli animali è abbastanza singolare: è solo questione di opinioni, ma non ho alcuna difficoltà ad ammetterlo. A questo punto però lo stesso discorso deve valere  anche per coloro che erano in macchina con me.Il numero degli "stravaganti" comincia allora ad aumentare, il che è sicuramente un buon segno.Non è comunque escluso che, come dicevo prima, una forte spinta a questa "impennata" di sensibiltà sia conseguenza dell'ambiente, nel quale, ormai da tanti giorni, ci stavamo muovendo.Mi sia consentito ora spendere due parole: le nostre paure, i nostri timori, le nostre c. d. ancestrali fobie sono, a mio modestissimo parere, la conseguenza della nostra stessa scelta di vivere nel modo più comodo e sicuro.Non ci sarebbe niente di male, se però non rifiutassimo tutto quello con cui non abbiamo dimestichezza, quello che non fa parte del nostro solito e consueto spazio.In questo modo ingigantiamo tra l'altro i nostri timori.Quando invece ci troviamo a condividere certi spazi, ci abituiamo a convivere con una natura che, al sicuro nel nostro salotto, ci appariva ostile, mentre ora si rivela nella sua vera essenza, non falsata da terribili raffigurazioni. Scopriamo, in sostanza, che uno stato di attenta prudenza non significa terrore incontrollato, assurda repulsione o, magari, violenta intolleranza, ma soltanto presa di coscienza di un equilibrato senso della vita: il successivo passaggio è quello di provare dolore, quando si vede la sofferenza di un qualsiasi tipo di creatura.A questo punto non aggiungo nient'altro.Qualcuno tirerà sicuramente un respiro di sollievo.  Il sentiero che portava su uno dei crinali di Bear Butte si snodava lungo il fianco della montagna, inerpicandosi su un fondo ora erboso spesso roccioso.Mi sembrava di aver capito che una buona parte del bosco era stata danneggiata da incendi che si erano ripetuti con un certa fraquenza: la visuale era qundi ampia, aperta sulla sottostante vallata.Si era fatto tardi, per cui non raggiugemmo la vetta: ci fermammo invece a ridosso di un crinale , la cui sommità interrompeva la violenza di forti correnti d'aria, che salivano dal versante opposto: nello spazio di pochi metri si poteva essere esposti a vere folate di vento o  a una piacevole brezza. Nella cerimonia che seguì Gilbert consegnò ad ognuno di noi  un nastro di tessuto, inviatandoci  a legarlo al ramo di un albero.Tanti piccoli ornamenti che all'improvviso cominciarono a guizzare nell'aria, come mute espressioni dei nostri pensieri.La cerimonia della Pipa Sacra e un veloce dibattito concluse la nostra visita.Quando scendemmo a valle, prima di salire in macchina, Gilbert abbracciò ognuno di noi. Volevamo ringraziarlo, ma anche in questo caso ci anticipò con la consueta cortesia.Ero veramente stupito: riuscii a mala pena a proferire qualche parola, dopodichè mi imposi di non aggiungere altro.Se qualcuno doveva manifestare la propria gratitudine, quello non era sicuramente Gilbert, visto che si era messo a nostra completa disposizione, consentendoci di partecipare a riti esclusivi della sua gente.Per parte nostra ci eravamo limitati ad usufruire della sua dipsonibiltà.Non dovevo più meravigliarmi, ma semplicemente prendere atto di un certo modo di giudicare e di comportarsi, tanto diverso dal nostro. Tra le ultime e più gradevoli sorprese che questo viaggio ci stava riservando, occupa un posto di rilievo l'incontro con Birgil Kill Strigth, una delle più alte autorità dei Lakota, universalmente conosciuto da tutti i nativi americani.Anni addietro, avevo avuto modo di ascoltarlo in una serie di incontri avvenuti a Milano: mi avevano colpito la sua calma, la sua compostezza, la stessa padronanza dell'uditorio, che accorso numerosissimo, non gli aveva risparmiato domande anche delicate e, in alcuni casi, abbastanza indiscrete.L'incontro con Birgil avvenne in un'atmosfera di austerità e compostezza, in linea col personaggio: ci trovavamo in una zona prossima alle Bad Lands, territorio che avremmo poi visitato, guidati da un Ranger, alle cui cure saremmo stati poi affidati dallo stesso Birgil.Dopo le consuete presentazioni, Birgil illustrò alcuni aspetti della storia, anche la parte più remota, dei Lakota, soffermandosi sulle lontane origini di questo popolo, sul rapporto che intimamente lo legava a tutti gli esseri che allora si trovavano in questo ambiente, la successiva evoluzione di alcune forme di vita, il cambiamnte anche radicale di alcun sembianze, mutate , in alcuni casi al punto da dare origine a nuove ed autonome individualità.Di tutto questo, si poteva  comunque trovare traccia, a condizione di saper osservare, con la necessaria attenzione, l'ambiente nel qule ci trovavamo..Le Bad Lands erano , sotto questo aspetto, un vero punto di riferimento, una miniera di informazioni, conservando, le stesse, i segni tangibili di antiche forma di vita , animale e vegetale.Nel breve dibattito che seguì poco dopo, emerse anche una certa ironia quasi  a voler stemperare i toni  di un discorso che, proprio per i temi trattati, avrebbe potuto apparire quasi cattedrattico.Approvai questa sensibilità e questo modo di interloquire con un uditorio sicuarmente interessato, ma fin troppo abituato ad acoltare enfatici e vuoti discorsi dal solito personaggio di turno.Nella successiva tappa di avvicinamento alle Bad Lands, alternammo momenti di contenuta apprensione ad esplosioni di incontrollata allegria.Ad un certo punto, sotto la guida dell'imperturbabile Ranger, finimmo in un profondo avvallamento del terreno: il problema si presentò quando, nel tentativo di uscirne, ci accogemmo che le ruote scivolavano sull'erba ancora umida, perdendo di aderenza.Il nostro amico, senza scomporsi ci impartì pochi ordini decisi, indicandoci con la mano aperta a mezz'aria un indistinto percorso a zig-zag, lungo il costone: poi, con un largo sorrise, ci invitò a rompere gli indugiSeguii alla lettera le sue parole, anche in quanto non mi trovavo nella posizione più adatta per controbattere.Cercai di non pensare e mi concentrai nella guida.In breve tempo, tra mille scorracciamenti e sussulti, mi ritrovai sulla cima dell'avvallamento.Avrei scommesso che non saremmo riusciti nell'impresa, ma avrei perso.Ancora una volta dovevo rivedere certi miei atteggiamenti: il rinunciare a priori, davanti a certe difficoltà, può essere un principio valido e prudente, ma sicuramente poco costruttivo. Spesso, quando ci troviamo lontani dal nostro ambiente, scopriamo in noi stessi automatismi e reazioni sconosciuti, probabilmente lontani retaggi di un passato ormai remoto, che varrebbe la pena riscoprire.Come promesso, proseguimmo per le Bad Lands: il nostro amico ci portò sopra un costone, dal quale partiva uno scosceso sentiero, i cui contorni erano ben visibili.Era questo, come ci spiegò, l'accesso o l'uscita allo Strong Hold, per i carri e le mandrie, che avevano attraversato queste terre: tuttora se qualcuno voleva scendere sul fondo della vallata doveva utilizzare quel passaggio.Vedendo le nostre perplessità, il Ranger si dichiarò diposto ad accompagnare quanti volessero provare: ovviamente non in quel preciso momento, ma in un inmmediato futuro.La cosa era sicuramente avvincente, ma questo intermezzo non era previsto nel nostro programma e d'altra parte il tempo a disposizione era ormai agli sgoccioli. Pur a malincuore fummo costretti a rifiutare la proposta: non era però escluso che in un prossimo viaggio, avremmo potuto toglierci questa soddisfazione.Il militare si congedò con un ampio sorriso e noi preseguimmo per l'ampio nastro asfaltato, dal quale avremmo potuto godere dell'ampio panorama sottostante.Se dovessi definire in modo sintetico le Bad Lands, non potrei che richiamare l' immagine riportata da tante fotografie, dove vengono riprodotti i deserti lunari, con in più le sfumate tonalità dell'arcobaleno, sparse con dovizia su questo immenso plastco.Anche in questo caso, il pericolo è costituito dal grande numero di visitatori, che, incuriositi, meravigliati, ma spesso anche superficiali e distratti non mantengono un comportamento adeguato.Comprensibile il desiderio di scattare fotografie e di filmare, ma sempre nel rispetto di un ambiente che finora ha potuto mantenere le prorie ineguagliabili caratteristiche, solo in quanto non ancora inquinato dal turismo di massa.Abbandonare un sentiero segnato o delimitato, non solo può rappresentare un pericolo per la proria incolumità, ma anche può offendere e alterare delicati equilibri, al momento difficilmente percettibili, ma comunque ben presenti: in seguito potrebbe rivelarsi estremante difficile  se non impossibile ripristinarli.E' il solito vecchio discorso riferito agli eco-sistemi in genere: rimuovere anche pochi e modesti elementi, significa  innestare quasi sicuramente una serie di reazioni nagative che in poco tenmpo possono portare alla sua  totale distruzione.Siamo tutti, chi più chi meno, informati su questi argomenti, ma quando dobbiamo dimostrare di averli effettivante recepiti, cadiamo nelle più grossolane disattenzioni e banalità.Lo spettacolo era davanti a noi e non era prudente lasciarsi andare ad un eccessivo entusiasmo: mentre il mio sguardo vagava lontano, mi chiedevo quale veduta si sarebbe offerta a chi avesse avuto l'avventura di scendere sul fondo di questa vallata, potendo beneficiare della stessa ampia panoramica, ma dall'interno.  Sulla via del ritorno, facemmo tappa a Wounded Knee, come atto di ricoscimento e partecipazione per un episodio tanto crudele e brutale.Il piccolo cimitero era rimasto identico a come lo ricordavo dalla mia ultima visita: lo stesso silenzio, identica l' atmosfera di deferenza e compostezza, che quel posto, simbolo del dolore, imponeva.Trattandosi di un episodio conosciuto, giudico superfluo illustarlo: la speranza è che almeno simili atrocità non debbano più ripetersi e servano di monito per il futuro. Mi accorgo di aver usato frasi scontate e banali: me ne scuso e francamente penso sarebbe stato più logico non esprimere nessun commento. Il ritorno a Rapid City ci aveva fatto comprendere che il nostro viaggio stava ormai volgendo al termine; ci saremmo infatti fermati in questa città,  fino al momento della nostra partenza per l'Italia.Le mie  sensazioni erano al momento alterne; sotto un certo profilo avvertivo la nostalgia di quegli immensi spazi, di quella natura così maestosa, rivedevo, nei miei pensieri, le persone, che avevamo incontrato, ne percepivo quasi le voci, le coivolgenti risate, ricordavo tanti attimi di commozione.Avvertivo però anche una notevole dose di stanchezza, accentuatasi notevolmente negli ultimi giorni; da questo punto di vista, la conclusione di questa esperienza mi dava la possibilità di un meritato riposo. Avevamo però ancora in programma due importanti appuntamenti: la visita alla tomba di Nuvola Rossa, nella omonima missione, dopodichè avremmo assistito ad una dei spettacoli più eccezionali in assoluto, programmato in quel periodo: il Pow Wow di Pine Ridge.Nel primo caso si trattava per me di un ritorno: ovviamente le sensazioni non erano più le stesse, anche se la figura di qusto capo, così discussa  e controversa, suscitava pur sempre una certa emozione.Visitai poi la chiesa, soffermandomi in particolare sulle pitture raffiguranti le diverse stazioni della Via Crucis: l'elemento cromatico come sempre dominava, valorizzando mirabilmente le stilizzate figure dei protagonisti.Colpiva il particolare di questa vicenda esclusivamente cristiana,  rappresentata in modo del tutto nuovo, quasi a voler rappresentare le sintesi di culture considerate all'inizio così diverse, ma poi accomunate da un identico intento.Dopo un breve intervallo, proseguimmo per il Pow Wow.Avevo già assistito  a questo tipo di cerimonia, ma non potevo immaginare lo spettacolo che in quel momento si stava offrendo ai miei occhi.Erano infatti presenti i rappresentanti di diverse etnie, nei loro variopinti costumi tradizionali: il complesso era quindi di livello decisamente superiore.Danze, canti, al ritmico battito dei tamburi, conferivano alla scena un qualcosa di fantastico, quasi di irreale: una costante alternanza di colori creava figure geometriche, che ora si dissolvevano per poi ricreare nuovi e più svariati disegni. Era questa la vera essenza del nativo americano, libero finalmente di esprimersi nel modo che gli era più congeniale.La sera, tornato in albergo, rivedevo quell'immensio sfavillio di luci.Prima di ritirarmi in camera, alzai gli occhi verso la notte stellata: una scia luminosa, forse disegnata da una stella cadente, stava solcando il cielo lontano, buio. L'immensa volta sembrava volesse calare su questo spazi immensi, come per salvaguardare quella parte dei nostri sogni che, sia pure per un breve periodo, si era realizzata e che sicuramente avremmo conservato nei nostri cuori. Le luci interne dell'aereo si abbassarono: mi sistemai al meglio nella stretta poltroncina, cercando di prendere sonno.Nel dormiveglia provai a fare un bilancio non solo di quest'ultimo viaggio, ma anche dei precedenti: disponevo ormai di una  ampia panoramica dell'Ovest americano, anche se mi rendevo conto che la mia conoscenza era stata, per forza di cose, abbastanza frettolosa, non troppo approfondita.Potevo comunque contare su un notevole bagaglio di informazioni e, ciò che per me rivestiva la massima importanza, ero in grado di verificare quanto avessero inciso in me  quelle esperienze..Il mio carattere, alterno e mutevole, durante questi viaggi si normalizzava, l'immedesimazione con l'ambiente circostante era assoluta, totale.Come ho più volte sottolineato, mi sentivo pervaso da una sorta di equilibrato fatalismo, che mi portava a vedere sempre il lato positivo delle situazioni.Per il sottoscritto si trattava di una novità, nel senso più ampio del termine.Pecepivo inoltre l'estrema labilità, l'incertezza della nostra esistenza, la vulnerabilità del singolo individuo, immerso, come ogni creatura, in quell'immenso scenario, che tutto coinvolgeva: questa sensazione però non mi intimoriva, anzi mi dava un serenità sconosciuta, nuova.Quel bisogno di trascendenza, che nel consueto vivere quotidiano, finiva spesso sopito dal vorticoso avvicendarsi di eventi e futilità, traspariva invece in modo pressante, rifuggendo al tempo stesso da ogni dogmatica catalogazione: il termine che meglio può far capire questa sensazione è "emozione mistica".Il confronto col nostro mondo era, a questo punto, inevitabile e, di primo acchito, stridente.Un lieve sobbalzo dell'aereo mi distolse momentaneamente dai meiei pensieri.Eppure la nostra cultura, pur infarcita ed appesantita, nel tempo, da tanti luoghi comuni, insulsaggini e vuote banalità non è stata forse originata da quel lonatano retaggio di studi, riflessioni, slanci artistici, che nel loro complesso costituiscono appunto il nostro passato, le nostre radici?Purtroppo, in alcune occasioni, siamo fin troppo critici, disposti solo a vedere i limiti di un certo modo di vivere: non possiamo però negare l'esistenza, all'origine, di un sostrato genuino, autentico, che proprio in quanto tale, ha saputo e potuto resistere al trascorrere del tempo, per giungere fino a noi.E quegli stessi messaggi che, in quella natura ancora incontaminata, si avvertivano nell'aria, nel vento, i cui caratteri erano scritti nell'ondeggiare delle erbe, degli alberi, nel canto di ogni creatura, non erano stati forse captati, elaborati nel corso della nostra storia e non avevano poi portato a quelle elaborazioni scientifiche, artistiche, che tuttora costituiscono il fondamento della nostra cultura?Mentre stavo riflettendo, percepii nel mio cuore come una sorta di messaggio:" Se la natura è il parametro, al quale ognuno di noi deve rapportarsi per ritrovare se stesso, non dimentichiamo nè disprezziamo le nostre radici, che pur lontane, remote, quasi perse nel passato, ne costituscono pur sempre la proiezione in quella connotazione specifica e precisa, nella quale quotidianamente e col procedere del tempo inevitabilmente ci rispecchiamo".  La radio di bordo annunciò l'ormai prossimo arrivo alla Malpensa.Le Hostess fecero il loro ingresso lungo il corridoio, per servire la colazione. Un vassoio con diversi piatti e bevende venne sistemato sul ripiano: cominciai distrattamente a servirmi, senza prestare molta attenzione.Giunto al caffè, notai due bustine vicino alla tazzina: senza pormi troppe domande, ne versai il contenuto nella tazzina del caffè, bevendo fino all'ultima goccia.All'improvviso una vampata di calore bruciante mi salì fino al viso, facendomi sussultare.Cosa avevo bevuto? Guardai attentamente le bustine ormai vuote: contenevano sale e pepe. Avevo tranquillamente versato nel caffè caldo questi due ingredienti.L'amaro del caffè, il piccante del pepe, il sale: non erano forse questi i gusti principali, quelli che ci accompagnavano quotidianamente?Mancava il dolce, ma quello giunse, quando mi abbandonai ad una irrefrenabile risata, pensando alla mia cronica sbadataggine. 

Admin · 253 visite · 0 commenti
Categorie: Racconti

Link permanente al messaggio intero

http://giublog.gratuitoblog.com/mioblog-b1/Ritorno-nelle-Grandi-Pianure-b1-p58997.htm

Commenti

Niente Commento per questo post ancora...


Lascia un commento

Statuto dei nuovi commenti: Pubblicato





Il tuo URL sarà visualizzato.

 
Prego inserisci il codice contenuto nelle immagini


Testo del commento

Opzioni
   (Imposta il cookie per nome, email e url)