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07 Feb 2009 - 14:53:06
Musica etnica
 L’intenso profumo del caffè si stava lentamente spargendo nell’aria, inondando la stanza, mentre  un cupo brontolio segnalava  il lento fluire della calda bevanda nel piccolo recipiente.Guardai all’esterno, assaporando questi momenti di piacevole pigrizia: l’inverno continuava  a mandare i suoi bianchi messaggi , sotto forma di piccoli, ovattati batuffoli di neve.Distrattamente accesi l’Hi Fi, riducendo istintivamente il volume: durante il mio ultimo viaggio nelle Riserve del Nord America avevo avuto modo di ascoltare alcuni brani di musica “etnica” e ne ero rimasto colpito. In una delle tante “ bancarelle”,  incontrate lungo il percorso, facevano bella mostra diversi CD, con figure che, quasi sempre, riproducevano o il ritratto di un qualche personaggio o l’effige di un animale o il disegno di variopinti paesaggi.Scelsi quello che istintivamente mi sembrava più rispondente alle mie aspettative, ripromettendomi  di ascoltarlo non appena tornato a casa.Questo mi sembrava il momento più adatto: la neve aveva ridotto il traffico cittadino e quei rari veicoli in transito si muovevano su un tappeto ovattato che attutiva ogni rumore.Nessuna interferenza esterna, che, come era accaduto in altre occasioni, potesse manifestare la propria disapprovazione su un genere di musica, a detta di molti, triste, monotona e di rango decisamente inferiore: pareri e giudizi personali, che rispettavo, ma ovviamente, non condividevo.Il suono del flauto, accompagnato dal delicato fraseggio di un violino e da una voce calda, piacevole,  cominciò a vibrare nell’aria.Chiusi gli occhi sistemandomi sul divano e, come sempre, tornai col ricordo negli immensi spazi delle grandi praterie, percependo l’ intenso profumo dell’ erba appena scaldata dal sole e immergendomi in quell’incredibile azzurro del cielo.Persone e animali cominciarono a popolare  questa scena, interagendo e fondendosi per poi creare nuove fantastiche figure.Il complesso vocale Sacred Spirit con “The state of grace” introduceva una ambientazione tipicamente tribale, lontana dalle nostre tonalità, in piena sintonia con messaggi percepibili solo in una armonia quasi trascendente, intima, valorizzata poi dalla voce di Mary Youngblood in “Feed the fire” e in “Long Long Road”.Il percorso in questa spiritualità sempre più evidente proseguiva con “On eagle’s wings” dei Rain Song, con “Spirit Tree” di Rose Moore e con “Born again” di Tom Bee.Se avevo avuto modo di apprezzare la poesia e la narrativa di tanti autori nativi contemporanei, il messaggio che percepivo in queste armonie completava quel mosaico di sensazioni, emozioni, avvertito da tanto tempo quasi a livello inconscio.Mi alzai dal divano dirigendomi verso la finestra.Una coltre morbida  aveva ormai coperto la strada: nessun rumore se non il suono, appena accennato, della neve accumulatasi sugli alberi che ad intervalli cadeva al suolo: Robbie Robertson  con  “Sacifice” mi stava ricordando il massacro di Wounded Knee, compiuto in inverno. Muta e silenziosa testimone la neve, che aveva accolto e preservato il corpo di quanti, vecchi, donne bambini, avevano pagato con la vita il prezzo di una simile infamia.Purtroppo il mio pensiero tornava sempre allo stesso punto, alla tante stragi compiute in nome di un di becero spirito di civilizzazione.Eppure questi cimiteri, queste tante fosse comuni non erano riuscite a sopire, a soffocare un popolo che, nella sua stessa sofferenza aveva trovato la forza di rivendicare la propria autonomia, mandando messaggi attuali, precisi e concreti: senza armi, ma solo con questo spirito di tenace sopravvivenza, il Nativo Americano intende ora proseguire nel proprio cammino.Il mondo occidentale deve solo uscire dalla sua chiusa arroganza per ascoltare queste voci, sicuramente poco ostentate, ma proprio per questo magari più affidabili e dignitose di tante “imposteci” da una pubblicità  “urlata”, alla quale abbiamo dovuto quasi inconsapevolmente abituarci.    

danovaro giuseppe · 355 visite · 0 commenti
Categorie: Racconti

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