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29 Mag 2008 - 19:19:39
MESA VERDE
 Ero già stato in questa località, ma non avevo avuto modo di esaminare ed approfondire tutti i particolari di un simile incredibile scenario. Il tempo a disposizione era trascorso in attività essenzialmente turistiche, quali l’acquisto di souvenirs, cartoline,  o semplici oggetti- regalo da portare a casa: col mio gruppo avevo quindi dovuto riprendere il cammino per raggiungere, ad un’ora decente, l’albergo.Ora mi si presentava l’occasione di mettere finalmente a fuoco quei particolari, che avevo solo intravisto.Ricordavo come le pareti a strapiombo del Canyon avessero suscitato in me una sorta di fascino, ma al tempo stesso di timore, per cui mi erano completamente sfuggiti i tanti particolari di una cultura, sparita nel corso dei secoli e della quale ben poco si è potuto finora sapere.Probabile che gli Anasazi, popolazione che appunto abitava questo ambiente, siano i progenitori delle attuali etnie viventi nel Sud-Ovest, quali i Navajos, gli Apaches, gli Zuni, gli Hopi, ma quale sia stata la loro sorte resta tuttora un mistero.Le basse costruzioni situate nei meandri e negli anfratti del Canyon farebbero pensare a un popolo dalla statura  sicuramente modesta  e dalla corporatura piuttosto minuta.Sicuramente dedita alla caccia, come testimonierebbero alcune raffigurazioni pittografiche impresse nella roccia, ma anche  conoscitori delle proprietà di erbe e  di altri vegetali, usati e trattati, in base alle diverse esigenze del momento. Incredibile poi  come certi colori, sicuramente ricavati da particolari piante, abbiano resistito alla usura del tempo e alle variazioni climatiche, conservando inalterato l’originario splendore.Tornando ad esaminare le costruzioni non potei esimermi dall’accostarle alla raffigurazione di certi castelli medioevali, ovviamente in miniatura, con le torri e i muri abbarbicati alla roccia.Il materiale usato si presentava come un misto di fango ed argilla compressi, che, scrupolosamente lavorato, doveva garantire un certo rifugio indispensabile, specie in certe stagioni, per le improvvise e rigide variazioni climatiche, ma in particolare doveva costituire un certo baluardo contro gli inevitabili attacchi dei predatori.Procedendo sul sentiero, lungo il costone, mi fermai, col gruppo, davanti ad un buca scavata nel terreno, profonda e circolare: abbastanza simile alle Kiva, rappresentava, come ricordava la donna Ranger che ci accompagnava, un centro di particolare importanza  nella vita di queste popolazioni, dove si tenevano cerimonie  o anche semplici riunioni familiari.Approfittando di una scala a pioli, scesi in questo oscuro anfratto, appena illuminato dalla luce che filtrava dall’alto: lo spazio era veramente angusto, ma, superati i primi momenti, poteva sicuramente offrire un certo “comfort”, a condizione però di non soffrire di claustrofobia.Uscito all’esterno apprezzai comunque l’intenso azzurro del cielo, illuminato ora da una luce di un sole che, lentamente scendendo, inondava l’orizzonte di diverse tonalità cromatiche.Ed eccomi inevitabilmente immerso nella mie riflessioni.Indubbiamente, in un simile contesto, i raggi del sole , la luce soffusa della luna, i disegni delle stelle dovevano apparire a queste popolazioni, come il segno intangibile del fluire della vita, il perpetuarsi di quel dono indescrivibile che veniva testimoniato dal succedersi dei giorni, delle stagioni.Nello stesso tempo questo multiforme disegno di chiaroscuri costituiva un sicuro punto di riferimento anche di approdo, nei momenti di angoscia, di paura, di sofferenza o più semplicemente nei momenti difficili che ogni creatura prova nel corso della sua esistenza.Ma non è forse la stessa cosa anche per noi, figli di una moderna cultura e di una civiltà estremamente sofisticata? Siamo purtroppo abituati a dare tutto per scontato, come fatto dovuto, come un qualcosa al quale abbiamo diritto. Possibile non pensare che questo continuo alternarsi di tante meraviglie potrebbe un giorno fermarsi, che questo incredibile dono potrebbe in futuro esserci negato?La mattina, quando ci alziamo, guardiamo istintivamente all’esterno, sentendoci immediatamente gratificati dalla luce del giorno, a maggior ragione se illuminato dal caldo abbraccio del sole. Purtroppo archiviamo frettolosamente questo messaggio per immergerci nel nostro quotidiano, fatto di impegni, problemi, obiettivi e quant’altro.Non sarebbe invece il caso di soffermarci su quanto ci è stato dato e cioè sul significato della vita, in tutte le sue molteplici manifestazioni?Anche gli Anasazi, come altri popoli, hanno percorso il sentiero loro riservato, lasciando solo poche tracce, oggetto di studio.Li circonda tuttora un  mistero comune ad altre civiltà.La traccia lasciata si interseca comunque con quella di tante altre etnie, antiche e moderne: storie di uomini, di creature, storie di tante vite, in un disegno misterioso di cui tutti siamo parte.Ancora una volta mi soffermo sul concetto di mistero.Per molte di queste popolazioni, l’ Onnipotente era appunto il Grande Mistero, al Quale rivolgersi con umiltà, rispetto e deferenza, senza porsi dotti ed inutili interrogativi.Guardavo le prime ombre della sera, mentre una sensazione di calda serenità stava lentamente scendendo nel mio cuore.   Milano 5 Luglio 2007

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Categorie: Racconti

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