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06 Nov 2008 - 15:55:19
Incontri


Non ho scelto a caso un simile titolo, ma con un intento ben preciso, quello cioè di collocare in giusto rilievo autori del secolo scorso e recenti della letteratura nativa americana, affacciatisi in questi anni alla ribalta prima timidamente, in quanto apprezzati da ben pochi estimatori, poi con l'andare del tempo sempre maggiormente conosciuti e stimati da pubblico, in costante crescita sia a livello numerico che di preparazione.

Proprio per meglio introdurre il discorso, mi sembra altamente significativo il volume di racconti, "Piste perdute, Piste ritrovate", ad indicare come il il notevole retaggio culturale di questo popolo, a lungo tempo sopito, in quanto gelosamente conservato dagli anziani e quindi sempre tramandato oralmente, sia poi uscito allo scoperto, grazie al contributo delle nuove generazioni, le quali avevano saputo conservare il messaggio del passato ed ora potevano, avvalendosi della forma scritta, renderlo noto al mondo occidentale, a disposizione di quanti, pur appartenendo ad una realtà completamente diversa, siano effettivamente interessati ad approfondirne la conoscenza.
Il grande ed incontestabile vantaggio consisteva nell'uso dello scritto da parte di autori appartenenti a questa etnia, come tali meritevoli della più assoluta credibilità, quantomeno a livello interpretativo.
Non è cosa da poco, se si pensa alla serie di manipolazioni, più o meno volute, che in un passato, anche abbastanza recente, hanno interessato certe informazioni, rese oralmente da fonte accreditata secondo l'idioma della tribù, e poi ovviamente manipolate o addirittura alterate dall'improvvisato interlocutore, il quale in linea di massima ben poco sapeva della lingua locale e delle sue infinite sfaccettature.
E' opportuno infatti precisare che la lingua di Nativi americani ha costituito da sempre un problema di notevole rilevanza e questo fin dai primi contatti, che gli Europei ebbero con queste popolazioni.
Come può rilevarsi dai resoconti storici dell'epoca, i primi che tentarono un qualche scambio di informazioni furono, nel'500, i Gesuiti, i quali aprirono sul territorio diverse Missioni, con l'intento prioritario di evangelizzare popolazioni, così distanti dalla concezione ecclesiastica della esistenza umana: questo è un argomento estremamente importante per i riflessi e per le coseguenze che ha determinato. Preferibile però svilupparlo in seguito, quando si cercherà di chiarire l'attegggiamento anche psicologico dei primi Europei, trovatisi su un territorio tanto immenso e del tutto sconoscito.
Torniamo invece alla c. d. questione della lingua, problema, come abbiamo appena visto, non di poco conto.
Per fare intanto un esempio circa la lenta e travaglita elaborazione sofferta da questa cultura per ritrovare la propria genuinità, abbandonando col tempo tutte le scorie, possiamo citare un' opera, che in un certo senso rappresenta gli albori della letteratura nativa, quantomeno per la traduzione giunta fino a noi: intendiamo parlare di "Alce Nero parla" ( Black Elk speaks) - Edito da Adelphi e da altre case editrici.
Trattasi anche in questo caso della narrazione, resa oralmente, agli inizi del '900, da Alce Nero, Medicine Man dei Lakota, ad uno studioso e poeta americano, John G. Neihardt, il quale la tradusse e la riportò in un volume, molto conosciuto dagli studiosi della materia.
Doveroso però osservare come, anche in questo caso, ci si debba fidare della versione, espressa da Neihardt, non esistendo alcun argomento in controprova. Proprio per questo si sono levate, da alcune parti, critiche piuttosto accese, che in qualche modo hanno intaccato la autenticità dell'opera, confutandone in particolare alcuni passi non esattamente in sintonia con gli ultimi anni di vita di Alce Nero.
Al di là di ogni disquisizione esegetica , resta però il valore di un opera, che "visualizza" a tutto campo l'universo culturale indiano.
Non mi sembra questa la sede più adatta per un suo diffuso commento. Indicativa però la frase di apertura contenuta nel Capitolo I, titolato l'Offerta della pipa: "Amico (Neihardt), ti racconterò la storia della mia vita , come tu desideri; e se fosse soltanto la storia della mia vita credo che non la racconterei, perchè che cosa è un uomo per dare importanza ai suoi inverni, anche quando sono già così numerosi da fargli piegare il capo come una pesante nevicata? Tanti altri uomini hanno vissuto e vivranno la stessa storia, per diventare erba sui colli.
E' la storia di tutta la vita che è santa e buona da raccontare, e di noi bipedi che la condividiamo con i quadrupedi e gli alati dell'aria e tutte le cose verdi; perchè sono tutti figli di una stessa madre e il loro padre è un unico Spirito".
Già queste semplici parole ci staccano dal nostro modo di vivere, di sentire e ci introducono in quello che è il contenuto più lirico e poetico dell'opera.
Sarà possibile cercare di capire il significato della Visione, momento centrale di tutto il racconto, valutare l'atteggiamento di questo personaggio davanti ad avvenimenti in parte previsti ed in parte vissuti, fino alla tragica conclusione, dopo la strage di Wounded Knee, mirabilmente descritta nell'ultimo capitolo, il XXV, titolato La fine del sogno:
" E così finì tutto.
Non sapevo in quel momento che era la fine di tante cose. Quando guardo indietro, adesso, da questo alto monte della mia vecchiaia, ancora vedo le donne ed i bambini massacrati, ammucchiati e sparsi lungo quel burrone a zig zag, chiaramente come li vidi coi miei occhi da giovane. E posso vedere che con loro morì un'altra cosa, lassù, sulla neve insanguinata, e rimase sepolta sotto la tormenta. Lassù morì il sogno di un popolo. Era una bel sogno.
Quanto a me, l'uomo a cui fu concessa in gioventù una così grande visione, adesso mi vedete ridotto un vecchio pietoso che non ha fatto un bel niente, perchè il cerchio della nazione è rotto e i suoi frammenti sono sparsi. Il cerchio non ha più centro, e l'albero sacro è morto."
Pensieri tristi, struggenti di uno tra i più illustri rappresentanti di questa etnia , di una cultura rimasta nascosta ed ignorata per secoli.
Ho preferito menzionare fin dall'inizio quest'opera, in quanto mi sembra appaia come naturale collegamento tra il passato ed il presente dei nostri giorni e sia forse la più adatta a far capire i tanti aspetti di un mondo, di una società volutamente ignorata e quasi totalmente annientata.
Proseguendo il viaggio, appare doveroso, nel cercare di entrare gradualmente in tale affascinate dimensione, richiamare una poesia di una autrice indiana contemporanea ( Leslie Silko-Parole nel sangue, Ed. Oscar Mondadori pag.202), intitolata "Prayer to the Pacific", dove l'autrice cita l'arrivo della sua gente per la prima volta sul suolo americano, dopo aver attraversato l'oceano su enormi tartarughe marine. Non a caso il continente americano viene chiamato, dai Nativi Americani, l'Isola della Tartaruga.
Lirica e suggestiva la composizione, la quale, attraverso il mito, si rifà ad una accreditata teoria, secondo cui le popolazioni indiane sarebbero la conseguenza di migrazioni di genti provenienti, migliaia di anni fa, dall'Asia, attraverso lo stretto di Bering, a quell'epoca interamente coperto dai ghiacci.
Particolare e, come vedremo, ricorrente il rapporto che collega mito e realtà, in situazioni dove, in questo come in altri casi, l'animale assume un ben preciso ruolo ed una posizione di assoluto spicco. La Grande Tartaruga come artefice del destino dell'uomo, al quale destina una terra, un continente, che rappresenta le proprie sembianze, il disegno del proprio corpo.
Questa migrazione ha ovviamente interessato diverse tribù, ognuna con caratteristiche fisiognomiche proprie, la qual cosa spiegherebbe la diversità, che caratterizza queste popolazioni: alcuni gruppi presentano infatti tratti apertamente asiatici, altri una morfologia europea.
Singolare come i nativi stanziati sulla costa atlantica appaiano fortemente a noi somiglianti, mentre quelli dell'interno presentino tratti molti simili a quelli dei mongoli.
Tale particolare confermerebbe la validità della teoria, secondo cui certi gruppi situati nei territori europei si sarebbero mossi per primi ed avrebbero percorso, attraverso la stretto di Bering, una distanza molto ampia, fino a raggiungere la costa atlantica. Successivo invece l'esodo di alcune tribù, originarie dell'Asia, le quali si sarebbero però fermate nell'interno, occupando le grandi pianure.
Assodato comunque che la migrazione si verificò verso Est per poi, giunta sul nuovo continente, espandersi da Ovest ancora verso Est. I motivi di tali spostamenti possono essere solo ipotizzati: non esclusa comunque l'esigenza di una migrazione, così massiccia, in concomitanza con naturali modificazioni a carattere locale.
Bisogna tenere presente che da sempre, nell'immaginario del nativo americano, i fattori ambientali ed atmosferici hanno assunto una portata ben diversa dalla nostra e questo può ragionevolmente spiegarsi con la stretta dipendenza di queste popolazione dai fenomeni atmosferici, quasi sempre intensi ed in grado di modificare la conformazione del territorio, stravolgendo quindi tutte le varie forme di vita.
Spiegabile quindi come la pioggia fosse fortemente desiderata nelle riarse pianura del Sud-Ovest, dove effettivamente significava la vita, ma nello stesso tempo altrettanto temuta, quando veniva portata dagli uragani.
Ecco comunque delineato uno scenario abbastanza composito, dove risultano indissolubilmente legati miti, realtà, uomini, animali, eventi atmosferici: tutto però all'insegna di una precisa e ben definita struttura armonica.
Questo è lo scenario nel quale si è imbattuto l'uomo bianco, del tutto impreparato a comprendere certi delicati equilibri, soltanto attirato dalla opulenza del luogo, ricco di qualsiasi risorsa, pressochè inesauribile nell'elargire i propri doni, come tale suscettibile di essere sfruttato senza alcun ritegno.
Merita a questo punto aprire una parentesi storica, per richiamare certe iniziative politiche assunte dal Governo Americano, che inevitabilmate incisero profondamnte sul tessuto di una società pur tenacamente aggrappata alle proprie tradizioni, ma che lentamante si stava disgragando, stava perdendo la proria compattezza.
Lo sradicamento dalle proprie terre, dalle propie origini, costituirà il tema centrale, sempre ricorrente nella letteratura nativa americana, a dimostrazione che più delle guerre, delle battaglie, alle quali queste polazioni erano abituate e di cui accettavano le consegunze, hanno inciso nell'animo del nativo le menzogne, i furti legalizzati, gli inganni, la perdita delle loro terre, dei loro spazi.
In un unico concetto, di tutto quello, che per loro rappresentava la libertà, dono più importante della stessa vita, così precaria per ogni creatura e per lo stesso uomo.
La vastità, la ricchezza, l'opulenza di questi nuovi territori: questo e solo questo interessava i conquistatori.
Ed ecco spiegato il significato dei Trattati, numerosissimi e in buona parte tuttora validi: lo scopo, quello di rivendicare la sovranità dello Stato su una terra appartenente ad altri, ma per la quale, col Trattato, si pretende di legittimarne la espropriazione.
Come contropartita, una notevole somma di denaro, che dovrebbe compensare la mancata restituzione: è la classica forma di risarcimento, tanto applicata nel mondo occidentale, ma del tutto destituita di significato, se rapportata ad una cultura non basata sull'interesse economico.
Il Trattato stipulato a suo tempo da Nuvola Rossa per le Colline Nere (Black Hills - Paha Sapa, in lingua Lakota) è tuttora valido, ma non viene applicato in quanto il Governo continua a offrire un risarcimento,che, pur consistente, non può venire accettato dall'etnia locale (nel caso specifico, i Lakota).
A questo punto conviene cercare di capire, come dicevamo all'inizio, la mentalità dell'americano, ma per far questo bisogna tornare alle origini, all'approdo della Mayflower nelle acque del nuovo continente, allo sbarco dei Padri Pellegrini.
Questo gruppo era costituito da persone, che, non potendo disporre di alcuna risorsa e sulla soglia della più assoluta indigenza, avevano preferito recidere ogni legame con la propria terra d'origine, nella quale il Potere Spirituale ed il Potere Temporale regnavano incontrastati: manifestazioni di tali Autorità, la chiesa, intesa non in senso mistico, ma piuttosto come edificio, e quindi il castello del nobile, simboli entrambi dai ben precisi significati.
Niente di tutto questo nel continente americano, il quale rappresentava, per questi emigranti, la speranza in un futuro, che avrebbero costruito, fidando esclusivamente nei loro mezzi, senza più limiti o restrizioni, in un ambiente nuovo, completamente staccato da quello appena abbandonato.
Possibile quindi ricominciare, senza condizionamenti di alcun tipo.
Era l'alba di un'altra vita, in nuovo Eden.
Da questa breve annotazione, appare evidente come l'Europeo, pur nel distacco dalle proprie origini, abbia però custodito la religione tradizionale, la dottrina appresa nel Vecchio Continente, con l'intenzione di conservarla come propria guida spirituale nella nuova esistenza, che si accingeva ad iniziare.
In effetti la vastità degli orizzonti invitava ad un rapporto spirituale, anche in considerazione delle stesse caratteristiche dell'ambiente ed in piena sintonia con i Sacri Testi: secondo la Bibbia infatti, Dio parla ai Profeti nel deserto, al quale quelle lande, pur diverse, potevano, nella loro sconfinata solitudine sicuramente paragonarsi.
A livello etimologico conviene a questo punto distinguere come venivano definiti questi spazi, per poter poi disporre di una giusta dimensione interpretativa, in base al diverso uso delle espressioni.
I termini, cui far riferimento. sono: Great American Desert, e questo da un punto di vista geografico e geologico, Wildness, e cioè il luogo dove vivono gli animali selvaggi, ma non risulta la presenza dell'uomo.
Questa la più immediata catalogazione dei primi europei, i quali usavano alternativamente le due espressioni, a seconda di quello che era l'argomento in discussione.
Numerosi, come si è osservato, i richiami alla Bibbia.
Abbiamo infatti esaminato il concetto di esodo, inteso come fuga dalla terra d'origine, nella quale, per determinate classi sociali, non vi era più alcuna possibiltà di sopravvivenza: abbastanza evidente il parallelismo con la fuga degli Ebrei dall'Egitto, per giungere nella Terra Promessa. Proseguendo negli accostamenti con le Sacre Scritture, vi fu chi addirittura vide negli stessi Nativi Americani, una delle Tribù d'Israele, nel lontano passato dispersa e di cui non si era più trovata alcuna traccia.
A questo punto possiamo fare una prima riflessione, che ci porta ad abbandonare, almeno temporaneamente, il tema di base: vi ritorneremo comunque al più presto.
Due etnie, profondamente diverse, erano, in quel periodo, su quel territorio, anche se presumibilmente, all'inizio, un'alta percentuale degli ultimi arrivati ignorava l'esistenza di chi, da tempo immemorabile, vi si trovava.
Ognuna con propri usi, abitudini, tradizioni, ma, mentre i nativi potevano contare su un originario rapporto col luogo, con la terra, questo non si verificava per le popolazioni europee: non poteva essere diversamente e sarà il connotato tipico che tuttora caratterizza la mentalità dell'americano.
Quella spinta che aveva indotto i Padri Pellegrini a muoversi, a cambiare patria, è rimasta nel carattere e nella personalità di chi, in un certo senso, è ancora rimasto pioniere o colono.
Il territorio degli Stati Uniti è frequentemente attraversato da singoli individui o interi nuclei familiari, che per lavoro o per altri motivi, cambiano, con estrema facilità e assoluta naturalezza, la loro residenza, magari portandosi in località completamente diverse per clima, abitudini, modo di vivere.


danovaro giuseppe · 106 visite · 0 commenti
Categorie: Racconti

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