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30 Mag 2008 - 16:47:08
IL RINFRESCO
Chiuse silenziosamente la porta alle proprie spalle, poi si diresse verso gli ascensori del piano. Era abbastanza perplesso.Non riusciva infatti a capire il significato di un colloquio, nel corso del quale erano state toccate tutte le tonalità della più vuota melensaggine, tra lodi sperticate ed estemporanee divagazioni, senza però che nessuno degli argomenti sfiorati venisse compiutamente approfondito.Il tintinnio del campanello, che annunciava l’arrivo dell’ascensore, lo distolse dai suoi pensieri: la porta si aprì e Mario entrò nell’angusto vano dell cabina. Dopodichè iniziò la discesa, che si concluse al piano dove si trovava il suo ufficio. Sedutosi alla scrivania, tornò alle proprie  elucubrazioni.Di lì a poco avrebbe lasciato l’Azienda  e dimenticato, si augurava, quell ’ultimo periodo di assurde vessazioni iniziate senza apparente motivo, proprio nel momento in cui il suo iter lavorativo aveva ottenuto i più ampi consensi.Era quindi iniziata una parabola discendente, inarrestabile, tanto più crudele in quanto assolutamente inspiegabile e gratuita.Recuperato, dopo notevoli sforzi, un accettabile equilibrio, Mario si era, pur con fatica, rasseganato e, come altri suoi compagni di sventura, aveva rivolto il proprio pensiero al tanto sospirato momento in cui avrebbe raggiunto l’ormai prossima e, a questo punto, tanto agognata pensione.Era purtroppo una ben triste soluzione, ma d’altra parte questa era l’unca alternativa per non cadere in una depressione di cui aveva, sia pure in modo sfumato, sperimentato le avvisaglie.Questo colloquio col Direttore Generale, ne era convinto, non aveva alcun senso: com era infatti possibile un simile cambio di tendenza da parte di chi, per carica e posizione, rappresentava quella stessa organizzazione, rivelatasi nei suoi confronti tanto proterva ed ingiusta? Mario si alzò e consultò l’orologio. Era l’ora del pranzo. All’ esterno un pioggia intermittente e fastidiosa annunciava un autunno ormai imminente.Indossato il leggero impermeabile, raggiunse l’uscita, entrando nel bar- mensa situato nell’ampia piazza, che delimitava il piano terra del palazzo.Dopo essersi seduto ad uno dei tanti tavoli ed aver ultimato un pasto estremamente frugale, si guardò intorno. Nulla di nuovo, le stesse facce, le medesime espressioni, gli identici personaggi di sempre. Era tutto immutato e, in un simile contesto, erano sempre evidenetemente uguali anche gli atteggiamenti.Questa era la regola e lui stesso ne aveva appena avuto la prova tangibile. Il colloquio era stato soltanto il riflesso di un certo comportamento, improntato ad un  ossequioso perbenismo, ad una vuota ostentazione, cui andava associato un signorile distacco nei confonti delle umane debolezze.Il suo interlocutore aveva agito secondo ben precisi canoni, appresi dopo una lunga militanza ai vertici: determinante era il porsi, in certe circostanze, al di sopra delle parti, senza farsi coinvolgere nella miserie della gente comune, memore sempre della propria carica e della propria figura. Non era importante che le parole fossero effettivamente rispondenti al proprio pensiero, ma era invece decisivo l’impatto,il risultato. Da non trascurare poi quel sottile, narcisistico piacere, tipico di chi, pur non avvertendo il peso delle altrui difficoltà, ostenta un palese interesse, cercando magari di stemperarle con frasi vuote, ma di sicuro effetto.Mario si alzò ed uscì tornando in ufficio, alla propria scrivania.Lungo il corriodoio si levarono all’improvviso urla, risate, scambi di battute: poi una solerte segretaria passò ad avvertire che tutti i componenti del piano erano invitati ad un rinfresco,  offerto da un  dipendente, il quale, per raggiunti limiti di età, staava per lasciare l’Azienda.Mario conosceva questo collega e sapava che era stato praticamente costretto ad interrompere il proprio rapporto di lavoro: per sua fortuna  aveva i requisiti previsti dalla legge per il trattamento di quiescenza.Il rinfresco appariva del tutto privo di significato, a meno di volerlo rivestire di una certa ironia, che comunque non rientrava nel carattere del futuro pensionato: era piuttosto la dimostrazione di una certa ossequiosa sudditanza, che dopo aver rappresentato la costante di una intera vita in azienda, doveva necessariamente improntare anche questi ultimi momenti di distacco.Telefonò al suo collega , salutandolo calorosamente e facendogli i migliori auguri: si scusò quindi in quanto, per un impegno improvviso, non avrebbe potuto partecipare al rinfresco.Esaurita questa formalità, uscì.Ben presto sarebbe toccata anche a lui la stessa sorte. In questa ottica andava sicuramente vista l’iniziativa del Direttore Generale, il cui unico scopo era evidentemente  quello di indorare la pillola con discorsi mielosi, per poi, in secondo momento, lasciare campo libero a chi,  istituzionalmente preposto ad un certo tipo di compiti, doveva soltanto sferrare l’attacco decisivo.Tutto tempo perso: al momento opportuno avrebbe scelto lui stesso, direttamente,  tempi e modalità. Pensò al rinfresco: quello era sicuramente da escludersi.Il viale d’uscita stava lentamente coprendosi di un umido manto di foglie, cadute dagli alberi vicini: nel silenzio ovattato, Mario udiva il soffocato rumore dei propri passi, mentre ai lati  della strada, qualche pozzanghera rifletteva le luci dei lampioni appena accesi.Le giornate si stavano accorciando e ben presto l’oscurità e i rigori invernali avrebbero prevalso.Un velo di malinconia gli salì dal petto: non era un sensazione spiacevole, tutt’altro, solo la percezione del cadenzato ed ordinato correre del tempo, in una continua alternanza di chiaroscuri, luci ed ombre.Giunto a casa, si portò in sala, abbandonandosi sul divano: sua moglie sarebbe  arrivata a momenti.Era solo, con un sensazione di incontrollabile smarrimento. Non era abituato a questo  vuoto: lo aveva avvertito in altre occasioni, ma in ambienti ben diversi, non a casa sua. Fece scorrerre le mani lungo i braccioli, sfiorando con le dita il pavimento, freddo, lontano.All’improvviso, un piacevole brontolio, quindi il balzo sui cuscini dei due gatti di casa: dopo pochi istanti, entrambi erano accovacciati sulle sue gambe.Il gelo che aveva avvertito, lentamente si sciolse, mentre guardava quei piccoli musi e percepiva il gradevole abbraccio di quel pelo lucido, caldo; tra poco, appena fosse rientrata sua moglie, tutto sarebbe tornato come prima.La chiave rumoreggio nella porta d’ingresso: Mario sentì pronunciare, in modo sommesso ed interrogativo, il proprio nome.Si tròvò a ripensare al colloquio avvenuto in mattinata, ma fu solo per un momento: era stato solo un episodio di nessuna importanza.   Milano 18 Novembre 1999

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Categorie: Racconti

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