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29 Mag 2008 - 19:38:08
Harney Peack
Esistono posti dove si avverte in modo perentorio ed evidente il pulsare della vita, dove la solitudine, il silenzio consentono di entrare in contatto con dimensioni sconosciute, magari anche percepite in altre occasioni, ma poi non approfondite, abbandonate come fugaci, estemporanee sensazioni prive di importanza.A questo stava pensando l’uomo, appena giunto al culmine della ascesa, che lo aveva portato sull’Harney Peack, monte altamente rappresentativo per la cultura dei Nativi Americani, dei Lakota in particolare, in quanto legato alla figura di Alce Nero, uomo spirituale  di questa etnia.L’intenzione, che lo aveva spinto lungo il tortuoso e ripido sentiero, era quella di godersi uno spettacolo da molti suoi conoscenti  descritto come un vero capolavoro della natura.Aveva quindi percorso gli ultimi tornanti il più velocemente possibile ed era finalmente giunto alla vetta.Quasi immediatamente avvertì una strana sensazione le cui avvisaglie si erano già presentate pochi attimi prima: negli ultimi tratti dell’ascesa aveva avvertito, ancora a livello quasi inconscio, un graduale mutamento nel suo intimo ed ora quella  indistinta sensazione stava lentamente enucleandosi, rivelandosi nella sua completa metamorfosi.La spinta iniziale, di esclusivo interesse estetico, fotografico, visivo, era stata gradualmente sostituita da una curiosità più intesa, profonda, più astratta, sicuramente non collegata esclusivamente  all’aspetto scenografico e paesaggistico.I boschi, le colline e le praterie  sottostanti sembravano costituire il naturale basamento di questa incredibile postazione, così da potergli consentire una visuale più ampia, profonda, non limitata al singolo particolare.All’improvviso l’uomo percepì un inebriante senso di libertà, attenuato però, quasi affievolito dalla percezione della propria fragilità.Immerso in questo immenso scenario, così staccato da quello usuale acquistava un nuovo significato lo stesso ineluttabile scorrere del tempo, ai suoi occhi ora quasi immobile, cristallizzato, non asservito ai ritmi convulsi forzatamente imposti dagli uomini non ancora coscienti di essere, come ogni creatura, semplice comprimari e muti testimoni.Questi silenzi, questi spazi sembrava rivelassero il significato stesso della esistenza, non più assoggettata a continui avvicendamenti di tensione e conflitti, ma come serena accettazione di quanto la vita quotidianamente riserva, senza mai smettere di meravigliarsi al sorgere di ogni giorno, ambasciatore di buone e tristi  notizie, ma comunque segno tangibile di vita.Come rapito, l’uomo provò  ridurre la sua contemplazione, limitandola entro confini più definiti, senza però tralasciare la visione di quell’insieme, di quel profondo, dal quale continuava a captare sempre più chiari messaggi.Il vento stava salendo di intensità.Il volo di un falco, il vigile ruminare del bisonte nella lontana prateria, il pigro strisciare del serpente mentre si rifugia sotto un sasso non sono forse tante piccole manifestazioni, rappresentazioni di quell’insieme che è la vita, della quale ogni creatura è interprete?Questo ambiente nella quale si muovono tanti singoli individui, al punto che l’aria stessa sembra attraversata da continue onde fluttuanti, dove il vento non cessa un solo istante, non è forse esso stesso la rappresentazione dell’esistenza, non dà forse la sensazione di un qualcosa a cui tutte le creature sono state chiamate? Ma non sono questi stessi esseri nella loro infinita varietà, staccata da ogni asettica classificazione, frutto di una catalogazione, basata su aprioristici criteri di valutazione su scala gerarchica, a costituire il quotidiano miracolo della vita?Non era forse un miracolo la vita, la forza vitale che pervade ogni singolo individuo, prescindendo dalla diversa manifestazione in cui si identifica, uomo, animale, vegetale o minerale?Quasi inconsciamente l’uomo sentì cresce in sé certe vibrazioni, certe domande rimaste senza risposta, anche se la cultura ufficiale aveva ritenuto di averle soddisfatte. Mai come in questo momento i suoi dubbi aumentarono: le risposte ufficiali non erano più soddisfacenti.La vita era un miracolo e le sue manifestazioni non potevano essere catalogate da giudizi che proprio in quanto tali avrebbero portato ad una inaccettabile frammentarietà, priva di significato in quanto staccata dal fluire stesso della esistenza. L’esistenza, nella sua univocità, comprendeva ogni sua manifestazione, creatura ed ambiente e al contempo cammino cui ogni essere era stata destinato, quale parte di una unica identità.L’uomo all’improvviso ricordò una frase, tipica delle popolazioni che abitavano in quei luoghi: “ Camminare in modo sacro” Vivere in modo sacro” “la Madre Terra è sacra”. Concetti oscuri, che non riusciva a comprendere, a meno di non ricondurli ad un principio di vita ascetico, nel rifiuto del mondo, di tutto ciò che era profano.  Profano in contrapposizione al Sacro.Ma come poteva la vita essere distinta in sacra e profana, come poteva quello scenario, che così mirabilmente la rappresentava, essere attraversato da un concetto per forza di cose riduttivo, limitativo, materiale . Non era forse quello lo specchio di una realtà che trascende se stessa?Ora quei concetti dei Nativi Americani  assumevano un ben altro significato.Nella sottostante vallata cominciavano ad accendersi le prime luci: il canto di un coyote o di un lupo stava salutando il prossimo sorgere della luna.L’uomo ebbe un attimo di commozione.Soli in questo straordinario ed immenso scenario, lentamente ci accorgiamo che tutte le nostre certezze cominciano a vacillare, avvertiamo i nostri limiti, le nostre carenze non possiamo più abbarbicarci agli ultimi ritrovati della tecnologia o rifugiarci in complicati sofismi intellettuali.L’essere umano non più egocentrico protagonista, ma solo affascinato spettatore e semplice interprete, con tutte le altre creature, di questo “tutto”, delle cui vicende positive o negative è partecipe.Quale significato dare ai tanti “distinguo”, che inaridiscono  i nostri consueti discorsi, alle tante interruzioni che mortificano l’azione, alle tante premesse di cui si sono perse le tracce una volta giunti alle conclusioni?Giudizi di valore che, come tali, rappresentano solo astratte raffigurazioni, coniate artificiosamente dai nostri condizionamenti passati e presenti.La vita di ogni creatura e tra queste la più debole, l’uomo, è fatta di fortuna e contrarietà, momenti tristi ed altri gioiosi, di azioni giuste e di altre riprovevoli, ma è sempre quella stessa creatura a compierle  e quella è la sua parte di vita, la sua parte di viaggio che deve percorrere: come ogni altra creatura sta compiendo il proprio cammino, attraversando scure paludi e verdi praterie fino a quando giungerà alla fine del percorso, che ad ogni essere è stato assegnato.Un canto stava salendo dal costone laterale.L’uomo, come rapito da quel turbinio di emozioni che aveva appena vissuto, si diresse verso quel punto, giungendo in uno spiazzo naturale, affacciato sulla vallata.Un vecchio indiano stava in piedi davanti al fuoco, cantando, il viso rivolto verso il cielo, ormai attraversato dai colori del crepuscolo.La figura aveva un qualcosa di umile, dalla quale traspariva però una forte ieraticità Poi, dopo un breve momento di intenso raccoglimento, il vecchio si chinò si mise in bocca un fischietto cerimoniale, cominciando a modulare un suono di acuta intensità.Le ombre circostanti sembrarono schiarirsi, ravvivarsi: mentre intorno il silenzio, rotto solo da quel fischio, era totale.Il viso del vecchio sembrò per un attimo illuminarsi, mentre le scarne ossa del costato flettevano sotto lo sforzo. Poi all’improvviso il suono cessò ed il viso del vecchio riprese la propria normale imperturbabile fisionomia.Una stella cadente solcò il cielo, una calda brezza, come un dolce respiro, fece inarcare le cime degli alberi: il vecchio sorrise, mentre una lacrima scendeva sul suo viso rinsecchito e rugoso.   Milano 2 Febbraio 2002   

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Categorie: Racconti

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