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30 Mag 2008 - 14:20:19
FIERA DEI CAVALLI : VERONA


Le luci del Saloon si stavano abbassando, mentre gli improvvisati ballerini di una allegra melodia Country abbandonavano la pista, teatro delle loro evoluzioni.  



Un ultimo malinconico accordo sulla chitarra e quindi la fine di una giornata decisamente al di fuori dagli schemi.


Guadagnata l’uscita mi ritrovai immerso nei miei pensieri: l’autostrada, a quell’ora, si presentava come un oscuro nastro, omogeneo, ad intervalli illuminato dalle poche vetture in transito.Mi lasciai quindi andare alle riflessioni.Avevo sempre considerato il mondo Western non come una semplice  riproposizione cinematografica o letteraria del fin troppo abusato mito della frontiera, ma piuttosto come una simbolica interpretazione della vita o, per lo meno, del suo aspetto più intimo e personale.Gli spazi immensi, la solitudine, i silenzi mi davano un senso di libertà e di sottile partecipazione ad emozioni e sensazioni più intense e profonde di quelle che quotidianamente avvertivo. Ben presto mi resi però conto che un simile modo di vedere non trovava molti estimatori e comunque anche quanti sembravano condividere le mie opinioni, si limitavano ad un superficiale e frettoloso consenso: l’appellativo di sognatore  ricorreva quindi abbastanza frequentemente nelle discussioni con amici  e conoscenti.Come spiegare allora quella folla di persone, che non solo erano accorse ad una simile manifestazione per assistere ad un qualcosa di spettacolare, ma anche la stavano gradualmente vivendo nel modo più intenso e coinvolgente?Distinte famiglie i cui componenti ad inizio di giornata si limitavano a scambiarsi  commenti più o meno distaccati su questo o quel settore fieristico, nel tardo pomeriggio si erano completamente trasformati, calati in ruoli sicuramente in sintonia con l’ambiente, ma distanti da quelli  usualmente ricoperti nella vita di tutti i giorni.I cavalli in bella mostra nei boxes o al galoppo nell’arena durante le varie manifestazioni, gli stands dove facevano bella mostra  oggetti ed ornamenti tipici di un certo stile di vita, musica country a tutto volume  potevano giustificare una simile  metamorfosi?Improvvisamente visualizzai il titolo di una canzone, The riders of the sky, I cavalieri del cielo: un’ondata di ricordi mi fece sussultare.Mi accostai al margine della carreggiata, fermandomi in un’area di sosta, poi alzai lo sguardo.Mi sembrò per un momento di vedere una schiera di cavalieri ondeggianti in astratte figure sospese tra cielo e terra, mentre salivano verso l’azzurro, ora sparendo tra le nuvole per poi riapparire sempre più in alto. Avvertii un canto lontano, come un saluto, poi all’improvviso il silenzio.Il cielo era limpido, illuminato da una luna bianchissima, circondata da una miriade di stelle.Cielo e terra, realtà e fantasia tutto raffigurato in questo mondo immaginifico, dove il cavallo assurge a simbolo ed emblema di quell’istinto, insito ed insopprimibile in ogni essere vivente, che è la ricerca di quella libertà mai veramente vissuta, di quella  forza  e di quella nobiltà spesso sacrificate nel grigiore dei compromessi quotidiani. Il cow boy, l’uomo che, solitario, cavalca nella prateria, scoprendo nuove frontiere, non è forse la proiezione del nostro inconscio? Lo stesso legame con la propria cavalcatura non è abbastanza simile ad un amicizia, con dialoghi silenziosi nella solitudine di spazi tanto sconfinati?  I bivacchi, le mandrie, l’ululato dei lupi, il rabbioso miagolio del puma non sono forse la raffigurazione di un ambiente che probabilmente un tempo ci era naturale,  nel quale l’uomo si muoveva in piena armonia, rispettandone le regole e temendone i pericoli e le insidie, ma nel contempo riconoscendosi in esso come parte della propria natura?Guardai un’altra volta l’immensa volta trapuntata da tante fiammelle luminose, al- cune delle quali sembravano ora raffigurare un cavallo al galoppo, con la criniera fluente agitata dal vento, libero in quelle immensa eterea prateria. Per un momento lo immaginai rampante verso di me,  come per un invito. Poi il sogno svanì.Ripresi la strada verso casa, cercando di individuare una stella che mi  accompagnasse lungo il tragitto.In quel momento mi superò un Trailer: all’interno intravidi la sagoma di un cavallo, probabilmente uno di quelli visti in Fiera. Istintivamente alzai una mano come per un saluto: nel silenzio mi sembrò di percepire un nitrito.  Milano  29 Novembre 2004                                           Giuseppe Danovaro     

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Categorie: Racconti

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