Scuri nuvoloni si stavano
addensando all'orizzonte, mentre il cielo, fino a quel momento, limpido ed
azzurro, incupiva gradualmente, coprendosi di una sempre più compatta foschia.
Seduto su un improvvisato e rudimentale giaciglio, con le spalle appoggiate ad
un albero, l'uomo guardava quel progressivo mutamento del tempo, contemplando,
come rapito, il costante alternarsi di luci ed ombre nel sottobosco.
Il silenzio era pressoché totale, solo interrotto ad intervalli da un cupo
brontolio di tuoni ancora lontani: leggere folate di vento accarezzavano le
cime degli alberi, facendole ondeggiare e disegnando, nella vallata
sottostante, una superficie di verdi tonalità, in continuo movimento come le
onde del mare.
L'uomo respirò profondamente, quindi girò la testa verso il proprio cavallo,
lasciato libero a pascolare a poca distanza: l'animale alzò per un momento la
testa, fissandolo intensamente, poi tornò a brucare la tenera erba del mattino.
Bisognava muoversi, vincere quella gradevole forma di pigrizia, che lo aveva inconsciamente
pervaso, e tornare a casa, al sicuro, nella propria confortevole abitazione.
Questo doveva ragionevolmente fare, dimenticando le piacevoli sensazioni che in
quel momento stava avvertendo, allontanandosi da quel luogo, che tra pochi
momenti, sarebbe diventato sgradevole, freddo, ostile. L'uomo si alzò in piedi,
stendendo le gambe, rattrappite dall'umidità, così da riattivare la
circolazione nei muscoli intorpiditi. Si sentiva decisamente bene.
Il cavallo, come rispondendo a un muto comando, si diresse verso di lui,
agitando la testa, mentre la folta criniera andava scompigliandosi alle prime
folate di vento: anche lui sembrava a proprio agio e non appariva
particolarmente desideroso di tornare alla stalla.
All'improvviso un rumore secco spezzò il silenzio: una grossa goccia di pioggia
aveva violato la fitta cortina dei rami, colpendo la sella, abbandonata a terra
insieme agli altri finimenti. Poi, come dal nulla, una pioggia insistente
cominciò a cadere dal cielo caliginoso: tra poco anche quell’estemporaneo
rifugio non avrebbe più fornito alcun riparo.
Doveva decidersi, preparare velocemente il cavallo, indossare la cerata e
quindi tornare in città, senza attendere ulteriormente, onde evitare guai
peggiori.
L'uomo alzò lo sguardo: stranamente la cima dell'albero, ai cui piedi si era
fermato, aveva ora costituito, sotto la spinta del vento, una sorta di cupola,
di tetto naturale, assolutamente impenetrabile: il terreno sottostante era
infatti perfettamente asciutto. Non c'era quindi fretta, si poteva attendere
che il temporale cessasse o almeno diminuisse la propria intensità.
La vallata sottostante era intanto
attraversata da vere e proprie colonne d'acqua, che si muovevano in un mulinare
continuo, per poi abbattersi al suolo con incredibile violenza, formando
ruscelli, ampie pozze, e piccole cascate serpeggianti tra i sassi ed il muschio
del sottobosco. Il paesaggio era costantemente illuminato dalle luci di improvvise
saette, fortunatamente lontane, che davano alla scenografia un tocco di
irrealtà.
Il vento urlava con tutta la sua potenza, come se volesse rivendicare la
propria sovranità, il proprio potere su tutto l'ambiente. L’uomo, con le mani
affondate nella criniera del cavallo, guardava estasiato quello spettacolo di
così rara violenza eppure tanto coinvolgente: sentiva il caldo fluire del
sangue nel collo potente dell'animale, mentre la testa, alta sul corpo
massiccio, sembrava quasi sfidare la forza degli elementi.
Le narici si dilatavano ad intervalli regolari, come se volessero immagazzinare
quegli impulsi vitali, che percepivano nell'aria. Le orecchie erano dritte,
vigili in leggera e cadenzata rotazione: nessun segno di nervosismo, ma solo
una calma attenta e naturale.
Lentamente il temporale perse la
propria iniziale intensità e infine si placò completamente. All'improvviso
l'arcobaleno disegnò nel cielo la propria variopinta impronta, sempre più
marcata e ben delineata. L'aria, pulita e frizzante, poteva essere assaporata,
gustata in tutte le svariate sfumature di profumi, sapori, fragranze. L'uomo
tornò col ricordo, alla propria infanzia, a quel tempo ormai lontano in cui era
bello credere alle favole, ripensò alla sua adolescenza, quando la mitologia
esercitava ancora un fascino innegabile, puro, non ancora contaminato: in
entrambi questi periodi la figura dell'arcobaleno gli era apparsa, quale era
stata da sempre descritta, come compagna e rassicurante amica. Guardò la sella
e i finimenti: li giudicò inutili, assurdi e costrittivi.
Con un agile volteggio saltò a cavallo, spronandolo verso quella luce
policroma, che in lontananza sembrava già perdere la propria iniziale
intensità. L'animale reagì partendo al galoppo, manifestando la propria
soddisfazione con un prolungato e allegro nitrito. L'uomo strinse con forza le
gambe, incitandolo e spingendolo verso quel variopinto ponte, creatosi tra cielo
e terra, tra realtà e fantasia. Sapeva che quel passaggio, così effimero, aveva
un breve durata e sarebbe poi sparito, come da sempre svaniscono i sogni.
Forzò ancora l'andatura e all'improvviso avvertì una sensazione di calda
astrattezza, di piacevole vertigine. Il ritmo cadenzato degli zoccoli sul
terreno a poco a poco si attenuò: i colori dell'arcobaleno saettarono ancora
sull'uomo e sul cavallo, rivestendoli con le proprie variopinte tonalità. Fu un
attimo, poi tutto si affievolì. Nel cielo si udì ancora il rumore di un galoppo
sempre più lontano, più leggero: poi anche quello si spense, come i colori
del'arcobaleno.
Milano 19 Ottobre 1999
Sindicazione
14.01.11 @ 10:58:15
da Franco
Bellissima descrizione, vibrante e sensibile. Complimenti!
04.11.10 @ 12:50:13
da alessandra
Bellissimo e atmosferico...ehh sci
03.01.10 @ 21:07:46
da mario
Like.
07.10.09 @ 07:36:03
da Donna Talks
Giuseppe, come sono belli e commoventi i ...
23.10.08 @ 14:42:30
da Emilia