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26 Mag 2008 - 20:55:19
DISSOLVENZA

Scuri nuvoloni si stavano addensando all'orizzonte, mentre il cielo, fino a quel momento, limpido ed azzurro, incupiva gradualmente, coprendosi di una sempre più compatta foschia.
Seduto su un improvvisato e rudimentale giaciglio, con le spalle appoggiate ad un albero, l'uomo guardava quel progressivo mutamento del tempo, contemplando, come rapito, il costante alternarsi di luci ed ombre nel sottobosco.
Il silenzio era pressoché totale, solo interrotto ad intervalli da un cupo brontolio di tuoni ancora lontani: leggere folate di vento accarezzavano le cime degli alberi, facendole ondeggiare e disegnando, nella vallata sottostante, una superficie di verdi tonalità, in continuo movimento come le onde del mare.
L'uomo respirò profondamente, quindi girò la testa verso il proprio cavallo, lasciato libero a pascolare a poca distanza: l'animale alzò per un momento la testa, fissandolo intensamente, poi tornò a brucare la tenera erba del mattino.
Bisognava muoversi, vincere quella gradevole forma di pigrizia, che lo aveva inconsciamente pervaso, e tornare a casa, al sicuro, nella propria confortevole abitazione.
Questo doveva ragionevolmente fare, dimenticando le piacevoli sensazioni che in quel momento stava avvertendo, allontanandosi da quel luogo, che tra pochi momenti, sarebbe diventato sgradevole, freddo, ostile. L'uomo si alzò in piedi, stendendo le gambe, rattrappite dall'umidità, così da riattivare la circolazione nei muscoli intorpiditi. Si sentiva decisamente bene.
Il cavallo, come rispondendo a un muto comando, si diresse verso di lui, agitando la testa, mentre la folta criniera andava scompigliandosi alle prime folate di vento: anche lui sembrava a proprio agio e non appariva particolarmente desideroso di tornare alla stalla.
All'improvviso un rumore secco spezzò il silenzio: una grossa goccia di pioggia aveva violato la fitta cortina dei rami, colpendo la sella, abbandonata a terra insieme agli altri finimenti. Poi, come dal nulla, una pioggia insistente cominciò a cadere dal cielo caliginoso: tra poco anche quell’estemporaneo rifugio non avrebbe più fornito alcun riparo.
Doveva decidersi, preparare velocemente il cavallo, indossare la cerata e quindi tornare in città, senza attendere ulteriormente, onde evitare guai peggiori.
L'uomo alzò lo sguardo: stranamente la cima dell'albero, ai cui piedi si era fermato, aveva ora costituito, sotto la spinta del vento, una sorta di cupola, di tetto naturale, assolutamente impenetrabile: il terreno sottostante era infatti perfettamente asciutto. Non c'era quindi fretta, si poteva attendere che il temporale cessasse o almeno diminuisse la propria intensità.

La vallata sottostante era intanto attraversata da vere e proprie colonne d'acqua, che si muovevano in un mulinare continuo, per poi abbattersi al suolo con incredibile violenza, formando ruscelli, ampie pozze, e piccole cascate serpeggianti tra i sassi ed il muschio del sottobosco. Il paesaggio era costantemente illuminato dalle luci di improvvise saette, fortunatamente lontane, che davano alla scenografia un tocco di irrealtà.
Il vento urlava con tutta la sua potenza, come se volesse rivendicare la propria sovranità, il proprio potere su tutto l'ambiente. L’uomo, con le mani affondate nella criniera del cavallo, guardava estasiato quello spettacolo di così rara violenza eppure tanto coinvolgente: sentiva il caldo fluire del sangue nel collo potente dell'animale, mentre la testa, alta sul corpo massiccio, sembrava quasi sfidare la forza degli elementi.
Le narici si dilatavano ad intervalli regolari, come se volessero immagazzinare quegli impulsi vitali, che percepivano nell'aria. Le orecchie erano dritte, vigili in leggera e cadenzata rotazione: nessun segno di nervosismo, ma solo una calma attenta e naturale.

Lentamente il temporale perse la propria iniziale intensità e infine si placò completamente. All'improvviso l'arcobaleno disegnò nel cielo la propria variopinta impronta, sempre più marcata e ben delineata. L'aria, pulita e frizzante, poteva essere assaporata, gustata in tutte le svariate sfumature di profumi, sapori, fragranze. L'uomo tornò col ricordo, alla propria infanzia, a quel tempo ormai lontano in cui era bello credere alle favole, ripensò alla sua adolescenza, quando la mitologia esercitava ancora un fascino innegabile, puro, non ancora contaminato: in entrambi questi periodi la figura dell'arcobaleno gli era apparsa, quale era stata da sempre descritta, come compagna e rassicurante amica. Guardò la sella e i finimenti: li giudicò inutili, assurdi e costrittivi.
Con un agile volteggio saltò a cavallo, spronandolo verso quella luce policroma, che in lontananza sembrava già perdere la propria iniziale intensità. L'animale reagì partendo al galoppo, manifestando la propria soddisfazione con un prolungato e allegro nitrito. L'uomo strinse con forza le gambe, incitandolo e spingendolo verso quel variopinto ponte, creatosi tra cielo e terra, tra realtà e fantasia. Sapeva che quel passaggio, così effimero, aveva un breve durata e sarebbe poi sparito, come da sempre svaniscono i sogni.
Forzò ancora l'andatura e all'improvviso avvertì una sensazione di calda astrattezza, di piacevole vertigine. Il ritmo cadenzato degli zoccoli sul terreno a poco a poco si attenuò: i colori dell'arcobaleno saettarono ancora sull'uomo e sul cavallo, rivestendoli con le proprie variopinte tonalità. Fu un attimo, poi tutto si affievolì. Nel cielo si udì ancora il rumore di un galoppo sempre più lontano, più leggero: poi anche quello si spense, come i colori del'arcobaleno.

 

Milano 19 Ottobre 1999

 


danovaro giuseppe · 284 visite · 1 commento
Categorie: Racconti

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