"Aperto contrasto tra la conclamata spiritualità, da sempre riferita ai Nativi Americani, e le lussuose case da gioco presenti nella Riserva Navajos". Questo il messaggio che col cellulare avevo mandato a mia moglie.
Rileggendolo non potevo nascondere la mia amarezza.
Guardavo il paesaggio scorrere davanti ai miei occhi, mentre il pulman si stava dirigendo all’albergo e una certa contrarietà stava insinuandosi nel mio subconscio.
Ricordai anche un episodio verificatosi in Monoumenth Valley, che mi aveva suscitato una nota di notevole disappunto: la guida indiana, che ci aveva accompagnato nella consueta visita riservata ai turisti, mi aveva esposto, alla fine del tragitto ed approfittando della mia buona fede, ad un esborso sbalorditivo, sproporzionato e del tutto ingiustificato.
Tra l’altro il gruppo, come venni a sapere in un secondo momento, aveva già versato un robusto riconoscimento economico, per cui non avrei dovuto, singolarmente, corrispondere alcuna cifra ulteriore. Mi ero però momentaneamente allontanato, per cui, non appena tornato sui miei passi per una semplice verifica, mi ritrovai a cadere in una situazione sicuramente generata da un equivoco, della quale però l‘ "ingenuo" nativo aveva immediatamente saputo trarre profitto.
Senza dubbio l’essere stati costretti in una civiltà troppo diversa da quella d’origine poteva aver influito sull’attuale stile di vita di queste comunità: questo era comprensibile, mai però avrei immaginato fino al punto di stravolgerne le abitudini.
Per la prima volta il tarlo della delusione si stava insinuando in me.
L’America, i Parchi, i Nativi avevano sempre rappresentato un mio personale punto di riferimento: questa certezza si stava però ora intaccando.
Mi ritrovai a pensare se quella forma di mitizzazione della quale avevo rivestito queste popolazioni fosse effettivamente giusta o almeno giustificabile.
Conclusi, sia pure con un certo sforzo, che mai, anche dopo simili episodi, avrei rinnegato i miei sogni, anche se la realtà si stava ora manifestando sotto ben diverse sembianze.
Continuo infatti a sostenere che nel nostro quotidiano ci debba necessariamente essere uno spazio riservato ad un mondo fatto di fantasia e sogni, avvertito nell’infanzia e poi forzatamente abbandonato, ma nel quale anche inconsciamente si è portati a trovare rifugio, quando il presente sembra essere diventato insostenibile.
D'altra parte ho sempre pensato che il ritorno alla percezione emotiva, al c.d. linguaggio del cuore, costituisca il vero patrimonio dell'uomo, la cui natura è stata col tempo alterata, stravolta da una serie di vuote sovrastrutture, sicuramente appariscenti, ma proprio per questo condizionanti a tal punto da oscurare ogni altro riferimento.
I silenzi, i canti tribali, il respiro della prateria e delle sue creature, l’aria pura e tersa, il vento ora lieve ora impetuoso, i colori ora intensi ora sfumati: tutto questo fa ormai parte di me stesso e, penso, nessuno potrà mai sottrarmelo.
Gli uomini passano, le montagne e la natura rimangono: questo il senso di un vecchio detto indiano e ad esso per quanto possibile cerco di uniformarmi.
Almeno, questo spero.
Sindicazione
14.01.11 @ 10:58:15
da Franco
Bellissima descrizione, vibrante e sensibile. Complimenti!
04.11.10 @ 12:50:13
da alessandra
Bellissimo e atmosferico...ehh sci
03.01.10 @ 21:07:46
da mario
Like.
07.10.09 @ 07:36:03
da Donna Talks
Giuseppe, come sono belli e commoventi i ...
23.10.08 @ 14:42:30
da Emilia