29 Mag 2008 - 19:42:54
Canyon (Arizona)
Un flauto suonava lontano.L'immensa vallata risuonava delle sue note, mentre il pastore guardava il proprio gregge.L'aria frizzante invogliava l'uomo a muoversi, a vincere il torpore del mattino, quando ancora le membra sono intorpidite dal sonno notturno.Gli occhi scuri, sul viso olivastro e glabro, scrutavano il paesaggio circostante, abbracciandolo nella sua immensità, senza soffermarsi su alcun particolare.Una calma profonda cominciò a salire dal petto, dal cuore, mentre il manto uniforme degli armenti si stendeva come una linda, bianca coltre sul prato verdeggiante, occultando ogni asperità, livellando angoli nascosti ed aspri.Suoni leggeri di erba sbocconcellata da un ruminare appena accennato, germogli recisi all'apice, senza intaccarne la radice, soffocato tramestio di zampe agili e nervose, accompagnato dal cadenzato tintinnio dei campanacci.Nel cielo un falco, o forse un'aquila, aspettava il momento propizio, senza particolare fretta, inanellando cerchi sempre più ampi, ora lasciandosi trasportare dalle forti correnti ascensionali, che impovvise sbucavano dai ripidi contrafforti, ora adagiandosi pigramente su leggeri refoli di vento.Il pastore ebbe come un improvviso moto di disappunto, rabbuiandosi: quelle piacevoli sensazioni, che pochi attimi prima lo avevano rasserenato, si stavano allontanando, disperdendo..Cosa gli stava succedendo? Non era una novità la presenza di quel predatore nè era un mistero il motivo di quella apparizione.La scena si sarebbe ripetuta, come in altre occasioni: d'altra parte la sua vigile attenzione non aveva mai potuto evitare la sparizione di qualche capo del gregge, ma la cosa si era sempre risolta con qualche soffocata imprecazione, neppure troppo convinta.Questa volta avvertiva però un qualcosa di diverso: avrebbe difeso tenacemente il suo gregge, anche a costo di abbattere quella creatura tanto elegante, superba, maestosa.Un candido agnello stava succhiando avidamente il latte materno, mentre gli anziani del gruppo andavano sparpagliandosi lungo gli estremi margini della radura.Prorio questi o quelli ancora più vecchi o malati sarebbero state le vittime del predatore.Il pastore sospirò.Era questo il meccanismo della natura e, d'altra parte, non ne era lui stesso un ingranaggio, visto che usava il gregge per i propri fabbisogni? Per quanto ricordasse, non si era mai fermato davanti al belato di un piccolo o di una femmina.Questo pensiero lo disturbava: da sempre si era comportato in quel modo e d'altra parte così gli avevano insegnato.Per quale motivo tanta sofferenza doveva riversarsi su quegli esseri innocui, inermi e, ancora, che significato poteva attribuirsi al dolore in generale?Spesso, nei momenti di solitudine sulla montagna, si era posto questa domanda, ma l'aveva ricacciata come si allontana un pensiero fastidioso.Non si sentiva portato alla riflessione e tanto meno alla meditazione: l'esistenza, in quei posti, non era mai stata facile e le giornate si erano sempre avvicendate velocemente, abbandonandolo, la sera, esausto.Aveva però sempre avuto resistenza e salute, ma questo non gli aveva impedito di osservare gli effetti delle malattie che, specie nei mesi invernali, colpivano il suo villaggio, portando via i più deboli e gli anziani o lasciando, spesso negli stessi giovani, segni inequivocabili del loro triste passaggio.L'ambiente poi, pur nella sua bellezza, era comunque selvaggio e raramente perdonava imprudenze o anche semplici leggerezze.La mente ora tornava ai discorsi che aveva un tempo udito dagli anziani radunati la sera vicino al fuoco, nelle tiepide serate primaverili: tutto intorno la natura si stava ridestando, portando nuova vita, nuova linfa, ripetendo il suo semplice messaggio, sempre uguale, eppure tanto difficile da comprendersi.Su quei visi rugosi, avvizziti, aveva letto quelle verità, quei principi, che poi col passare degli anni aveva riposto inconsapevolmente in un angolo della sua memoria.Ora però stavano faticosamente riaffiorando.Il suono del flauto si stava ora facendo più vicino, allentando la tensione, che lo aveva pervaso.A poco a poco una calda e sconosciuta serenità stava scendendo nella sua anima, scacciando ogni cupa malinconia.Gioia e tristezza, piacere e dolore, segni opposti di una unica realtà, come la vita e la morte.Volse lo sguardo intorno a sè. La vallata era immensa, sfolgorante di luce, viva, come se un'invisibile forza la animasse.Il pastore appoggiò la schiena ad una roccia, avvertentendone la dura levigatezza ed il tiepido calore.Alla fine dei suoi giorni, avrebbe chiesto di essere lasciato su quei monti, su quelle valli, finchè la terra non si posse riappropriata del suo corpo, liberandolo da ogni peso, da ogni affanno, da ogni limite.Finalmente si sarebbe immerso in quello scenario, che, nel corso della sua vita, aveva sempre ammirato, ma dall'esterno: ora ne avrebbe fatto parte.Un'ombra scura dal cielo ed un soffocato belato, mentre il gregge continua la sua lenta marciaUn dolore improvviso al petto, simile a un colpo di rostro, le ginocchia che lentamente si flettono, cedono: supino a terra, il pastore ora guarda quel cielo, sempre più lontano, più etereo, più astratto.Gli occhi all'improvviso fissi, mentre la mano delicatamente accarezza un giovane ciuffo d'erba, appena spuntato dal terreno.Nel silenzio, il canto del flauto. Giuseppe Danovaro Milano 10 Ottobre 2000
Sindicazione
14.01.11 @ 10:58:15
da Franco
Bellissima descrizione, vibrante e sensibile. Complimenti!
04.11.10 @ 12:50:13
da alessandra
Bellissimo e atmosferico...ehh sci
03.01.10 @ 21:07:46
da mario
Like.
07.10.09 @ 07:36:03
da Donna Talks
Giuseppe, come sono belli e commoventi i ...
23.10.08 @ 14:42:30
da Emilia