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06 Nov 2008 - 16:05:58
Brevi cenni letterari.


Tale divagazione storica, all'apparenza estranea in un simile contesto, risulta invece pertinente per meglio comprendere gli autori sulla cui opere, di volta in volta pur brevemente mi soffermerò.

Per tornare al tema di base, vediamo ora di soffermarci più specificamente sui testi di alcuni tra i più significativi autori nativi americani.
Primo menzionato, e, come abbiamo in precedenza osservato, non a caso, Alce Nero parla (Ed. Adelphi).
L'elenco prosegue con L'anima dell'indiano, di Charles Alexander Eastman (Ed. Adelphi).
Questi due autori sono accomunati da un preciso fattore, che ne ha condizionato la vita: entrambi appartengono alla c. d. generazione di mezzo, la quale ha vissuto due diversi momenti, segnati e divisi, come tragico spartiacque, dall'ultimo massacro del 1890.
Prima di questo avvenimento, la vita tradizionale nella tribù, poi la lenta graduale assimilazione nel mondo occidentale, nel circoscritto ambito della riserva.
Da notare che Eastman, morto abbastanza recentemente, nel 1939, ha svolto, per diverso tempo, il ruolo di medico governativo nella riserva , accettando il compito affidatogli del Governo degli Stati Uniti.
Sintomatica ed emblematica questa situazione, abbastanza consueta , sia pure in casistiche diverse, a riprova di una politica chiaramente utilitaristica, ma pur sempre settoriale.
Altro testo di rilievo, L' accerchiamento, di D'Arcy McNikle, (Ed La Salamandra), dove viene descritta la condizione degli indiani, nei primi decenni del 1900. E' questo uno dei momenti più bui della loro storia, quando si trovarono privati della loro identità culturale, senza alcun termine di riferimento, che non fosse il modello euro-americano, "accerchiati" quindi nel senso più letterale del termine.
Altra opera di notevole respiro, Casa fatta di alba, (Ed. Guanda), di un autore tuttora vivente, S. Momaday, nella quale si descrive il ritorno del nativo alla propria terra , alle proprie origini, dopo aver abbandonato l'inferno della grande città, nel caso specifico Los Angeles.
Questo testo risulta determinante per capire e cogliere la posizione psicologica e culturale del nativo al giorno d'oggi, calato in una realtà, che ha avuto modo di conoscere, valutare, interpretare e quindi ha liberamente deciso di rifiutare.
E' proprio questo uno dei più peculiari aspetti degli indiani americani: il rifiuto ad integrarsi nel mondo occidentale, caratteristica questa che appare come elemento distintivo di tale etnia, in palese ed evidente contrapposizione con tutte le altre presenti sul suolo americano. La scelta è stata di non lasciarsi assimilare da alcun processo di massificazione.
Altro autore di sicuro impegno, già sopra richiamato, L.Silko, con il volume La Cerimonia (Editori Riuniti).
Da quanto sopra esposto è emerso come la letteratura nativa americana sia caratterizzata da Poesie e da Racconti in prosa.
Indubbio che la poesia, come forma espressiva, sia una composizione molto vicina e congeniale all'indiano: ricordiamo infatti che la base iniziale del suo percorso letterario è pur sempre la tradizione orale, tipicamente spontanea, diretta e genuina.
Cantore di altissima sensibilità, Simon Ortiz, presente con alcune poesie,nel volume Parole nel sangue, raccolta di lavori contemporanei.
Alcuni degli autori in precedenza citati si erano espressi nel racconto, forma questa, strettamente collegata alla oralità: ovvio che la poesia presenta tempi e cadenze propri, diversi dal racconto, ma con questo ha in comune la immediatezza.
Esula dalla mentalità indiana il concetto di romanzo, inteso come narrazione di una precisa vicenda, con una serie di protagonisti, che si muovono attraverso un ben definito filo conduttore, in un' opera comunque di notevole respiro, che, proprio per la sua inevitabile laboriosità, necessita di accorgimenti anche tecnici, non in sintonia con il mondo dei nativi americani.
Di notevole caratura la figura di Vine Deloria, scrittore e avvocato, autore di un testo molto noto tra gli appassionati, Custer è morto per i vostri peccati (Ed. Jaca Book).
Si tratta di un testo sicuramente innovativo, ove si tratteggia la figura dell'indiano, specie quello contemporaneo, dal punto di vista dell'euro-americano.
L'aspetto singolare è costituito dal fatto che gli indiani capiscono perfettamente come vengono raffigurati dai bianchi, cosa questi ultimi si apetterebbero dalla loro etnia e non mancano di ironizzare su queste insulse aspettative e sull'interesse pseudo-culturale, di cui sono fatti oggetto in particolare dagli antropologi.
Ed è proprio su tali particolari, argutamente messi in luce da Vine Deloria, che si accentua il divario e la incomunicabilità tra le due culture.
Nel passato l'indiano era giudicato alla stregua di un selvaggio, di poco superiore, e non sempre, a un qualsiasiasi animale dei boschi o della prateria. Successivamente si è delineata la figura del buon selvaggio, secondo la teoria di J.J.Rousseau.
Prima, un universo di assoluta ferocia, poi, di eterea ed astratta bontà.
Sulla base di quest'ultima tendenza, il filone degli studiosi desiderosi di approfondirne la conoscenza.
Il problema, tuttora irrisolto, è la assoluta incapacità dei bianchi a comprendere la mentalità del nativo, rinunciando a catalogarli o a circoscriverli entro limiti precostituiti, che sicuramente formano il sostrato caratteriale dell'americano medio, ma che mai entreranno a far parte dell'universo indiano.
La filosofia tipicamente americana è, come si sa, il Pragmatismo, corrente di pensiero basata su una estrema concretezza, sintonizzata con una continua ricerca del massimo utile economico.
A ciò aggiungasi l'abitudine, tipicamente statunitense, di misurare il valore dell'individuo, assumendone, come parametro di riferimento, il reddito, il livello di vita, il successo.
Ovvia ed abissale la distanza concettuale tra questi due mondi, così diversi da far ritenere utopistica la individuazione di un punto di incontro, di una matrice comune: tutto deve infatti ricondursi alle regole del mondo occidentale, impensabile qualsiasi altra alternativa.
Siamo allo scontro, non più armato e cruento, se non in rari episodi, ma concettuale tra un sistema basato sulla supremazia dell'individuo e uno, di segno diametralmente opposto, dove il singolo si fonde, si integra col superiore interesse della tribù, del popolo, inteso secondo il concetto indiano.
L'Autore, in sostanza, fornisce uno spaccato politico- culturale di come il nativo si senta oggi considerato da quella forma di civiltà, a lui del tutto estranea, con la quale deve però quotidianamente confrontarsi.
I problemi si susseguono in progressione geometrica, proprio per la tendenza del Governo a procedere secondo programmi prestabiliti, che non possono arrestarsi, nè tantomeno recedere per la presenza di un improvviso ostacolo.
Se la terra offre risorse enormi, inimmaginabili, è logico e naturale sfruttarne le ricchezze in modo intensivo.
Indispensabile quindi procedere ad una lottizzazione per così dire "selvaggia", frazionando il territorio in tante aree, utilizzabili per il maggior profitto del singolo.
Questo fu quanto venne deciso dalla legge General Allotment Act, denominata, dal senatore che la fece approvare, Dawes Act:l'idea di tale normativa era quella di conformare gli indiani alla struttura sosciale ed economica dell'America rurale, destinando loro una proprietà privata .
Frantumato, svilito, annichilito, il concetto di terra, la quale, nella concezione indiana non può essere posseduta, nè può essere oggetto di contrattazione commerciale.
La Terra, e a questo punto appare doveroso usare la lettera maiuscola, è Madre: su di essa l'uomo e ogni creatura compie l'arco della propria esistenza. L'assoggettarla ad un qualsiasi tipo di mercificazione costituisce per l'indiano una inaccettabile profanazione.
Proprio questa così stretta correlazione costitusce l'eredità culturale del nativo, il suo retroterra, la sua ricchezza, quello che invece manca all'euro- americano.
La stessa Riserva, pur nella povertà e nel degrado che la caratterizza, assume la portata di solida valenza, come riferimento certo, come autonomo punto di collegamento, specchio di un microcosmo, ove sono racchiusi e gelosamente conservati i riferimenti col passato.
New York, con la sua ricchezza ostentata, distrugge, uccide, annulla tutto quello che la riserva invece saldamente mantiene, conserva, pur tra intuibili difficoltà.
Forzatamente privato della terra, il nativo si ritrova non solo derubato ed umiliato, ma nella condizione di non poter sopravvivere: scatta allora il sistema della sovvenzione governativa, e questo appare come un ulteriore passo verso la totale disgregazione di un' etnia, annichilita al punto da non poter più provvedere a se stessa.
Sottomissione totale, assoluta e incondizionata ad una società individualista, altamente competitiva, programmata per la potenziale valorizzazione del singolo, ma altrattanto pronta a distruggerlo: ben diversa quindi da quei principi, che da sempre avevano caratterizzato la comunità tribale, dove ogni debolezza, carenza del soggetto veniva assorbita e risolta dal gruppo, dalla comunità.
Per resistere a questa forma di disgregazione, si costituscono, intorno agli anni '20, libere associazioni, il cui scopo era quella di rivandicare i diritti dei popoli nativi. Tra le più rappresentative, quelle nate tra gli Irochesi, a Nord, mentre, nel Sud-Ovest, quelle dei Pueblo, Navajos, fautori della resitenza passiva, degli Hopi, Zuni, marcatamente tradizionalisti.



 



danovaro giuseppe · 141 visite · 0 commenti
Categorie: Racconti

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