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17 Giu 2008 - 20:49:22
BEAR BUTTE
Stavamo procedendo verso la Bear Butte, montagna sacra, alla cui vetta si poteva accedere percorrendo un sentiero, che si inerpicava nel bosco.Diversi cartelli indicavano le caratteristiche e il significato di questo posto, invitando i visitatori ad un comportamento adeguato.Nel più assoluto silenzio cominciammo l'ascesa, mantenendo un passo quanto più possibile veloce e leggero.La mia attenzione fu immediatamente attirata da una serie di variopinti ornamenti, in genere nastrini in tessuto, che si trovavano posati o sui cespugli, che delimitavano il sentiero, o sui rami bassi degli alberi circostanti.Niente di ricco o di ostentato, ma solo il segno di una profonda deferenza.Alle nostre spalle si delineava intanto uno scenario di rara bellezza per fantasia di colori e profondità di spazi.Impegnato nell'ascesa, potevo intravedere un simile spettacolo, solo quando il sentiero curvava seccamente su se stesso, per portarsi su un nuovo e più impegnativo livello.Proprio mentre riflettevo su tanta merviglia, scorsi davanti a me due persone, un uomo ed un ragazzo indiani. L'uomo trascinava faticosamente una gamba, offesa evidentemente da una malattia o da un infortunio, appoggiando il peso del corpo sull'altra.Mi avvicinai e, quando giunsi alla loro altezza, potei scorgere sul viso dell'uomo una espressione di intensa soffrenza.Il ragazzo osservava il lento procedere del padre, cercando di mantenere un atteggiamento disinvolto e quasi distaccato, come a voler celare la propria evidente apprensione.L'uomo ci salutò con un sorriso stanco.All'improvviso, dopo un brevissimo rettilineo, la strada terminò: eravamo giunti al culmine della salita.Una corta scala infissa nella parete ci consentì di accedere ad una terrazza, costituita da travi, una sorta di belvedere. Ci affacciammo alla balconata e lasciammo che il nostro sguardo si perdesse nell'infinito.Mi riesce estremamente difficile descrivere quello che stavo provando.Dal nostro punto di osservazione, tutto, nell'immensa vallata sottostante, appariva piccolo, modesto, vago, indeterminato.Davanti a noi, l'azzurra trasparenza del cielo si proiettava fino all'orizzonte, riflettendo sulla pianura una varietà di scintillanti sfumature. I raggi del sole disegnavano sui fianchi della montagna le più svariate figure, alternando giochi in chiaro-scuro, che continuamente mutavano.Il vento, accarezzando le cime degli alberi, modulava una sorta di canto, che lentamente si perdeva nella valle.Sembrava che il tempo si fosse fermato o quantomeno avesse perso il suo normale significato.Mi ricordai all'improvviso di una frase , pronuciata da James, lo Cheyenne che avevamo incontrato nella parte iniziale del viaggio: " Buttate via l'orologio".Quado la sentii non vi prestai molta attenzione, scambiandola per una semplice battuta: in questo momento ne compresi il vero significato.Tutti i parametri, ai quali avevo uniformato la mia vita stavano lentamente cadendo: nulla di drammatico, solo la progressiva consapevolezza di un diverso grado di conoscenza.In quel momento giunsero accanto a noi l'uomo e il ragazzo, che avevamo superato poco prima.L'uomo si appoggiò alla balaustra, guardando davanti a sè.I linamenti del viso si distesero, mentre gli occhi, prima stanchi, ripresero la loro naturale luminosità. Un'espressione quasi di ringraziamento comparve per un brave istante su quella maschera di sofferenza.Dopo qualche istante di intenso raccoglimento, si rivolse al figlio con poche parole. Il ragazzo sorrise e guardò le cime ondeggianti degli alberi: poi, con la massima delicatezza, aiutò il padre a scendere, per guadagnare la via del ritorno.Dopo una breve pausa, li imitammo.Se attraversando la prateria avevo avuto la percezione della sua vastità, della sua potenza, della nostra umana modestia, da quella terrazza tale sensazione si era manifestata in termini ancora più evidenti, più marcati.Comprendevo pienamente gli indiani.Era questo il motivo di una così alta forma di deferenza nei confronti di un mistero, del quale si avvertiva la presenza, davanti al quale l'uomo non poteva che prostrarsi.Per lunghi momenti anch'io fui partecipe di una simile emozione, poi quasi dolorosamente, la sentii sfuggire.Avevo però avuto il privilegio di poter condividere sensazioni uniche e rare, all'unisono con tutto quanto i miei sensi avevano percepito, senza la mediazione di astruse alchimia della ragione.Durante il ritorno, ognuno preferì serbare le emozioni nel proprio intimo: poche parole e poi l'arrivo in albergo.L'indomani era in programma una visita al Custer State Park e alla Wind Cave National ParK: ci ritirammo quindi di buon'ora.

danovaro giuseppe · 183 visite · 0 commenti
Categorie: Racconti

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