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18 Ott 2010 - 17:51:50
Viaggio nel Sud-Ovest Americano
  Fermai il furgone subito dopo aver abbandonato la grande arteria principale che da Albuquerque (New Mexico) si snoda lungo la grande pianura: meta di questa prima tappa il Pueblo di Acoma, nella riserva degli Zuni.Il mio viaggio prevedeva appunto un ampio giro lungo gli Stati dell'Arizona e del New Mexico, attraverso le riserve più rappresentative, quali appunto quelle degli Hopi, degli Zuni, dei Navajos, fino a raggiungere gli Apaches ed altre etnie minori.Partenza appunto da Albuquerque, dove ero giunto il giorno precedente insieme ad un gruppo di appassionati di cultura indiana e di quella immensa scenografia rappresentata dalle pianure dei deserti americani.Davanti a me si era delineato all'improvviso un paesaggio di assoluta, quasi astratta bellezza, dove una multiforme varietà di colori si fondeva in una atmosfera di totale silenzio, solo interrotto dal soffuso ed attutito rumore di una brezza fresca e costante, che faceva lievemente ondeggiare le cime degli alberi circostanti.Due mondi, tanto diversi, separati da uno spazio esiguo: alle mie spalle il traffico ed i rumori tipici ai quali eravamo da sempre abituati, davanti un mondo di sogno e fantasia.Ripreso il cammino giungemmo ben presto da Acoma, da dove salimmo al Pueblo omonimo, a bordo di un pulmino, condotta da una guida locale. Per nulla casuale la denominazione Sky City, con la quale viene denominata tale località: giunti al culmine dell'ascesa ci trovammo in un povero villaggio, da dove si poteva osservare la grande vallata sottostante e le vicine colline, che la delimitavano. Le case rettangolari, costruite con fango ed argilla, davano alla scena un qualcosa di antico, di rigidamente bloccato nel tempo, come l'affermazione di un rifiuto a volersi allineare ai nuovi gusti e alle tendenze della società e della cultura dominante.Assoluta mancanza di acqua ed elettricità, strade polverose, dove la gente si riunisce silenziosamente, immersa nei propri pensieri.La guida, anche esageratamente calata nel proprio ruolo, descriveva le caratteristiche di questa zona, soffermandosi su alcuni particolari storici ed illustrando alcuni degli aspetti salienti di questa popolazione.Gradualmente persi contatto con la sua voce squillante e monotona, limitandomi a seguire il percorso che ci veniva indicato.Mi guardai intorno.Come questa gente possa condurre un simile tipo di esistenza, rimane un vero mistero: il mutare delle stagioni doveva per forza di cose rappresentare un costante motivo di allarme, sia nei mesi estivi. per la siccità evidente, sia nei mesi invernali, per la esposizione di questo promontorio ai venti e al clima rigido tipico di questa zone. Impensabile poi il poter fronteggiare adeguatamente una qualsiasi situazione di emergenza.Volsi il capo e vidi un uomo anziano, dai lunghi capelli bianchi sciolti sulle spalle. Dopo averci guardato con un certo distacco, si fermò sulla soglia di quella che doveva essere la sua abitazione, poi, accomodatosi su un povera panca, alzò lo sguardo verso l'azzurro del cielo, rimando immobile in muta contemplazione.I miei precedenti ragionamenti, le mie elucubrazioni, i miei interrogativi cominciarono lentamente a dissolversi. Il nativo americano appartiene alla natura , con la quale ha da sempre un rapporto ed un legame indissolubile e della quale condivide ogni variazione, negativa o positiva, ogni palpito.    Superfluo porsi a priori delle domande e cercare affannosamente delle risposte, delle certezze, acquisibili magari con un qualche accorgimento tecnico, che comunque forza inevitabilmente il normale corso degli eventi, ai quali l'uomo, come ogni creatura non può e non deve sottrarsi.Mi sembrava fosse questo il messaggio che la figura di questo vecchio, nella sua ieraticità e nel suo orgoglioso distacco, ci trasmetteva.Mi avvicinai nuovamente al gruppo che stava ora visitando il piazzale antistante la chiesa:  a poca distanza dall'entrata, ben delimitato entro precisi confini, un piccolo cimitero.Entrati in chiesa, ascoltammo il resoconto della nostra guida, la quale stava  spiegando che a suo tempo erano giunti in queste zone i Francescani, i quali avevano fatto erigere quella costruzione, nella quale si svolgevano tuttora, in certi giorni le cerimonie sacre.Anche in questo, come in altri casi nelle zone del Nord America, si assisteva ad un fenomeno di aperto sincretismo: la stessa guida ammetteva di praticare entrambe le religioni, quella cattolica e quella del suo popolo. Personalmente non mi stupii, visto che il bisogno di trascendenza e di spiritualità è univoco: non so però se gli assertori della dogmatica ufficialità siano del mio stesso avviso. Nutro qualche dubbio a tale proposito.Quando lasciammo questo luogo non potei esimermi dall'osservare come fosse diverso il comportamento della nostra guida e quello del vecchio indiano: la prima professionalmente attenta ed impegnata nel suo ruolo, il secondo decisamente estraneo ad avvenimenti poco consoni al suo mondo. Preferii non formulare alcun giudizio: sicuramente entrambi, pur in modo diverso, cercavano di preservare e salvaguardare almeno una parte della propria identità.Sulla strada per Gallup, dove ci saremmo fermati per un paio di giorni, ci imbattemmo in un Pow Wow, organizzato dai Navajos.Canti e  danze si susseguivano rapidamente su un'ampia piazza sterrata, mentre tante bancarelle esponevano tutte le varianti di una variopinta oggettistica artigianale: collane e bracciali, ventagli di piume, dipinti ove si rappresentavano scene di caccia o semplicemente dorati paesaggi, tutto un insieme estremamente gradevole ed invitante, nonostante i prezzi fossero piuttosto elevati.Dopo aver pagato il nostro tributo all'appetito con una robusta colazione a base di piatti tipici,  proseguimmo, giungendo a Gallup all'imbrunire.Sistemati i bagagli in albergo, cercammo un ristorante.Il breve intermezzo pomeridiano era servito a placare, ma solo temporaneamente, il nostro appetito: probabilmente la fatica di questo primo trasferimento aveva comportato un notevole dispendio di energie, che ora dovevano essere reintegrate. Questo era un compito particolarmente gradito al quale, per nessuna ragione al mondo, intendevamo sottrarci.Tornati in albergo, ci ritirammo nelle nostre stanze.Come prevedevo, stentai ed addormentarmi: le immagini della giornata continuavano a scorrere nitide davanti ai miei occhi, mentre sommessi rumori, sempre più fievoli, provenivano dall'esterno. La natura stava a poco a poco rallentando i propri ritmi : lentamente anch'io mi abbandonai ad un sonno ristoratore. La mattina successiva ci alzammo di buon'ora: il programma prevedeva la visita a Chaco Canyon, centro della cultura Anasazi, antica popolazione misteriosamente scomparsa, secondo gli studiosi, fin dal 1200.Dopo aver percorso chilometri di sterrato in una landa deserta, in leggera, ma costante salita, sotto guglie di rocce, che sembravano  vere torri, arrivammo alla all'entrata di una immensa radura, dove riposano appunto le vestigia di questa antica civiltà.A quanto mi risulta, sugli Anasazi si sa veramente poco e anche quelle scarne informazioni, che gli antropologi hanno acquisito, non si sa se siano più o meno attendibili.La grande radura che si apriva davanti a noi era intervallata da costruzioni, formate da mattoni di argilla e fango, mescolati con erbe e rami: di forma prevalentemente circolare, denotavano una buona conoscenza della tecniche di costruzione, che pur rudimentali dovevano aver garantito a questo popolo un valido ed accogliente rifugio.Scavate nel terreno, le Kiva, ampie buche, anch'esse circolari, destinate a cerimonie sacre o a momenti di meditazione e di raccoglimento. La discesa e la risalita erano facilitate da robuste scale in legno, appoggiate all'interno, con la sommità rivolta verso l'uscita.Spostandoci all'interno raggiungemmo un altro punto, dalle caratteristiche più o meno analoghe: Pueblo Bonito.Purtroppo la carenza di notizie su questa etnia rende difficoltosa una certa, anche se approssimativa,  ricostruzione della loro cultura, per cui anche il turista più interessato deve limitarsi ad un giudizio solo estetico, senza poter contare su alcun collegamento con trascorse vicende umane, che magari potrebbero consentire un avvicinamento maggiore a simile cultura.Mentre tornavamo in albergo, avvertivo un certo senso di frustrazione: posti e luoghi di incomparabile bellezza, ma muti, privi di quel necessario ed indispensabile collegamento con le etnie che vi si erano stanziate.Stavo visualizzando una sequenza di stupendi fotogrammi, ma non riuscivo a sentire quel rapporto, quella connessione, che sicuramente doveva essersi verificata tra l'ambiente e quelle popolazioni.Conservai tale sensazione di disagio anche la sera, tornati in albergo. Eravamo però ancora all'inizio del viaggio: l'indomani avremmo visitato la riserva degli Zuni, la cui etnia occupa da tempo immemorabile quella zona. Le mie speranze non vennero deluse.Ci trovavamo in un territorio estremamente gradevole, curato ed ordinato, dove piccoli agglomerati di case si armonizzavano perfettamente con l'ampio territorio circostante.Penetrando nel centro della riserva, giungemmo su un'ampia piazza, davanti alla quale si affacciava una chiesa.Entrati, fummo immediatamente raggiunti da un rappresentante di questa etnia, che, dopo essersi educatamente presentato, manifestò la sua aperta disponibilità ad illustrarci il significato dei dipinti rappresentati sulla pareti.Come si era già verificato in precedenza, anche qui l'argomento sacro era trattato nel pieno rispetto della tradizione e della religione cattolica: colpiva invece singolarmente la molteplicità delle tinte  e delle diverse tonalità cromatiche, segni questi che denotavano non soltanto un certo gusto istintivo, ma anche una indubbia ricercatezza tecnica.Mi sembrò di capire che il nostro anfitrione aveva dipinto lui stesso alcune scene, seguendo l'insegnamento del proprio genitore, denominato, non a caso, Michelangelo degli Zuni.Ci accomiatammo, ringraziandolo per la sua cortesia e proseguimmo per Window Roch, centro della cultura Navajos.Giunti a destinazione, alzai lo sguardo e, finalmente avvertii una improvvisa emozione. Dall'alto una roccia troneggiava, quasi spavalda, sul sottostante scenario: al centro si apriva un grosso foro perfettamente circolare, attraverso il quale il sole saettava i suoi raggi, dando l'impressione di una evanescente colata lavica.Il nome rappresentava l'esatta definizione del fenomeno.Mentre mi avvicinavo alla base di questo straordinario monumento naturale, mi sembrò di poter capire come davanti a certi spettacoli, l'uomo, riconoscendo la propria  modestia e debolezza, senta il bisogno di inchinarsi, deferente.Nessun stupore quindi che i Navajos abbiano scelto questo posto quale sede del loro governo tribale. Il giorno successivo fu riservato alla visita di Gallup: senza ulteriori indugi, ci dirigemmo quindi verso il centro.Gallup si presenta come una cittadina decisamente ordinata, pulita, col tipico nitore di molte altre località del Sud -Ovest, costantemente pervasa da una luce chiara e diffusa.La via principale, caratterizzata dalla presenza di diversi semafori, si percorre a velocità moderata, nonostante la scarsa presenza di veicoli. La comunicazione con tale arteria viene agevolata da piccole strade laterali, che vi confluiscono ad intermittenza.Negozi e laboratori artigianali rappresentano una folcloristica costante, estremamente gradevole, considerata la varietà di oggettistica esposta nella vetrine.Evidente l'impronta del popolo Navajo, con tutte le peculiarità tipiche di questa etnia: una atmosfera di serena allegria pervade ogni angolo della città, diffondendosi anche negli angoli e nei punti più remoti e nascosti.Il Museo cittadino, naturale punto di riferimento di ogni turista, si divide in diversi settori, con ampie stanze e locali destinati alla mostra di lavori artigianali, a proiezioni cinematografiche, a riunioni dal contenuto storico ed artistico.Sulla piazza antistante, una simpatica vecchietta, dagli abiti variopinti e con le braccia e le mani letteralmente coperte da anelli di luminosissimo turchese, sorrideva agli occasionali visitatori, sicuramente incuriosita dalla loro presenza e da quel turbinio di voci, abbastanza inconsueto e comunque tanto diverso dalla discreta compostezza del suo popolo.I miei ritmi si stavano lentamente adeguando a questo clima: una calma sempre più intensa si stava impossessando del mio essere, mentre si acuiva il desiderio di guardare, esaminare, immergersi in questo clima di completa tranquillità.Tornato in albergo, la sera, prima di coricarmi, non seppi resistere al desiderio di affacciarmi alla finestra.L'oscurità stava lentamente avanzando, spegnendo gli ultimi riflessi di luce: l'immensa pianura si addormentava, mentre si stavano destando le creature notturne.All'improvviso un piccolo leprotto si delineò sul campo vicino: accovacciato al suolo sembrava ascoltare attentamente messaggi lontani, vibranti.Dopo qualche istante balzò oltre la siepe sparendo alla mia vista.Chiusi la finestra e mi coricai.Il ricordo di quel piccolo essere continuava a danzare nella mia mente: la sua immagine, così inconsueta in un luogo simile, sembrava volesse apertamente sottolineare l'appartenenza anche di quella zona cittadina alla immensa natura circostante, la quale ne rivendicava appunto la propria assoluta sovranità, avvalendosi proprio di una delle sua creature più deboli ed indifese.Cercai di addormentarmi, ma vi riuscii solo dopo diverso tempo. 

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Categorie: Racconti

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Commento di: alessandra [ Membro ]
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